Polverfolk, la musica e i diritti umani

Polverfolk, la musica e i diritti umani

VARESE Dedicato a chi lotta per la pace, l’indipendenza e la democrazia. L’ ultimo cd dei Polverfolk, “Sunflowers”, celebra il 61esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. E per loro, considerati «bastardi» dai puristi della musica celtica (perché non rinunciano a qualche sfumatura mediterranea) e in Irlanda negli anni Settanta quando l’Ira «tirava le bombe e si bruciava la bandiera inglese alle 4 del mattino», ricorda Dario Cecchin, membro storico e voce della band, la musica è passione, amore, emozioni. E questo dal lontano 1976, «quando suonavano sui gradini delle chiese le tammuriate e le pizziche».

Poi arrivò la musica “celtica” e con lei, nel 2009, il cd Sunflowers. I Polverfolk ambientalisti (confezione in cartone e nessuna plastica inquinante) con un cd “sociale”. Perché?
«E’ una scelta in linea con i nostri principi: ci autoproduciamo, siamo del tutto liberi e abbiamo registrato il disco nella nostra cantina. Quando alcuni fan hanno iniziato a chiederci i nostri primi cd abbiamo pensato di regalarli con l’acquisto di “Sunflowers”. Nella confezione si trova un codice che, una volta inserito nel nostro sito, permette di scaricare tutti i brani della band. “Sunflowers” è contro tutte le ingiustizie e riafferma la forza del nostro collettivo: nessuno fa tutto perché tutti fanno qualcosa».

Con questo gruppo non ci campate e ne siete contenti. Non è strano
«I nostri obiettivi sono il gusto e la ricerca, non il guadagno. Il segreto è maturare, evolversi e raffinare la qualità. Fra noi sono pochissimi quelli che leggono la musica: conta l’esperienza, l’orecchio, il cuore. Ogni tanto ho qualche idea, ma la registro su un walkman».
Ricordi il vostro primo concerto?

«Una due-giorni nel 1977 organizzata dagli Indiani Metropolitani. Allora suonavamo musica folk del Sud Italia. Ci invitarono a Parco Lambro e sul manifesto stamparono “Polver – Folk Meridionale”. Polverari è stato uno dei fondatori storici del gruppo e ispirandosi a lui, per caso, siamo nati noi: i Polverfolk. Polverari era un hippie e suonava nei metrò di Parigi. Lo riportai a casa, perché come emigrante non era credibile ma come clochard sì. Ebbene, una sera ci fece ascoltare una canzone bretone: in quel 1978 ci cadde la mascella. Partimmo in estate per un mese in Irlanda: incredibile!».

Più un’avventura che un progetto?
«In quegli anni Settanta ci innamorammo della musica dei Paesi di tradizione celtica, tutto qui. Fu come incontrare la ragazza che speri di sposare».

Buona parte della politica di oggi sta riscoprendo le origini dei popoli del Nord. La vostra musica…?
«La musica non indosserà mai la divisa di una certa politica. I Polverfolk si sono sempre detti cittadini del mondo e i cartelli in francese e bretone hanno un senso altrove; qui la doppia lingua non c’entra. Ci sono cose che non possono essere gestite dai partiti politici ma solo dal popolo».

Dopo tanto tempo fianco a fianco vi considerate ancora dilettanti?
«Siamo professionisti nella passione e dilettanti ricercati nella tecnica».

La musica della tradizione del nostro territorio appartiene più alla Famiglia Bosina che a voi, non credete?
«E’ vero, infatti la nostra musica è un fatto di alchimie sbocciate tra incontri in Bretagna e Scozia e le prime scoperte giovanili. Quando il suono è tutto e ne fai una ragione di vita».

“Sunflower” è un omaggio responsabile a tutti coloro che lottano contro l’intolleranza. La musica può servire?
«In questo momento storico ognuno dovrebbe prendere posizione e dire come la pensa con gli strumenti a sua disposizione».

Quale il brano scritto per gli uomini “liberi ed eguali in dignità e diritti”?
«Sunflowers Suite: la luce, il giallo, il girasole. Il sole scalda tutti senza fare alcuna distinzione di razza: gialli, neri e bianchi».

Davide Ielmini

v.colombo

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