Morte di Stefania Amalfi: guerra di perizie in aula e il presidente della Corte d’Assise Orazio Muscato ordina un contraddittorio tra consulenti. Ieri infatti ha testimoniato il consulente della difesa: «presente al momento dell’autopsia», ha sottolineato Stefano Amirante, difensore di Alessandro Argenziano, 40 anni, di Varese, arrestato lo scorso 26 aprile con l’accusa di aver ucciso la moglie Stefania Amalfi, 28 anni, soffocandola dopo averla stordita con un farmaco e inscenandone il suicidio.
«Non c’è alcun riscontro che Amalfi sia stata soffocata – ha spiegato il perito – nessuna traccia sulle mucose interne. Evidenza, questa, sempre presenti in casi di soffocamento. Vi sono, al contrario, tracce che portano a ipotizzare un edema polmonare». Secondo il perito della difesa «le pregresse patologie di cui soffriva Amalfi, ed è un fatto acclarato, unite all’assunzione di un farmaco assolutamente contro indicato con lo specifico quadro clinico sono causa sufficiente a determinare il decesso.
Stefania Amalfi, per il perito, non fu strangolata o soffocata, dunque. La tesi è diametralmente opposta a quella esposta dal perito dell’accusa secondo il quale Amalfi subì una pressione su bocca e naso e fu probabilmente soffocata. Il perito della procura ha inoltre sottolineato come «non può essere stata Amalfi a soffocarsi premendosi
una mano o il piumone sul viso». Oltre all’istinto di sopravvivenza, infatti, la perdita di conoscenza causata dall’asfissia, avrebbe impedito alla ventottenne di continuare nella pressione. A fronte di due perizie diametralmente opposte (eseguite da periti entrambi presenti all’esame autoptico) ci si aspettava che la Corte d’Assise ordinasse una perizia super partes.
Il presidente Muscato ha invece ordinato un contraddittorio: i due periti saranno messi a confronto nell’udienza fissata il prossimo 22 marzo. Estremamente toccante si è poi rivelata la testimonianza del padre di Argenziano.
L’uomo ha raccontato tutte le difficoltà affrontate da lui e dalla moglie nel crescere questo bambino adottato «perchè non potevamo avere figli nostri», che a «tre anni gattonava ancora senza riuscire a camminare – ha spiegato l’uomo illustrando un’infanzia a tratti dolorosa – un bambino certamente con delle difficoltà che veniva emarginato dai coetanei. Un bambino molto solo», ha detto il padre facendo commuovere alcuni dei giudici popolari. «Da piccolo è capitato che sottraesse dei soldi in casa – ha detto il padre – lo faceva in qualche modo per comprare l’attenzione dei compagni ai quali offriva magari la merenda, piuttosto che un giocattolo e questi così gli restavano vicini». Lo stesso atteggiamento nei confronti del denaro che Argenziano avrebbe ancora oggi. Soldi per non essere solo. Per l’accusa il movente è economico: Argenziano avrebbe ucciso la moglie per incassare l’assicurazione sulla vita della consorte.













