VARESE «Se incontrassi la madre della ragazzina la fermerei per spiegarle com’è andata la storia: io non ho picchiato sua figlia e non l’ho investita con l’auto. È vero, le ho urlato un insulto, ma non sono razzista». Antonio, il quarantacinquenne accusato di aver aggredito giovedì scorso, davanti alla scuola Dante, una 13enne dell’Ecuador, racconta la sua versione dei fatti.«Erano le 13.40 ed ero seduto a bordo dell’auto con mia moglie ad aspettare che mia figlia uscisse da scuola. Eravamo parcheggiati in via Morselli, con il muso dell’auto rivolto verso via XXV Aprile. Davanti a noi si sono fermati quattro o cinque ragazzini che si scambiavano effusioni d’affetto. Sfregavano la cartella contro l’auto. Nonostante l’auto fosse nuova, io non ho detto niente a riguardo. Quando mia figlia è salita ho acceso il motore. I ragazzini mi guardavano, ma non si spostavano. Io sono andato un po’ avanti con la macchina lasciando andare il freno, senza neppure inserire la marcia. I ragazzini però non si spostavano. Allora ho chiesto “vi spostate?”. Mia moglie ha detto “ti sposti?” alla ragazzina di colore che se ne stava lì senza muoversi, con gli occhi sbarrati. Lei ha risposto: “Che c. vuoi?”. Allora io sono sceso dall’auto, con le mani in tasca, chiedendole ancora di spostarsi. Lei mi ha dato un calcio in mezzo alle gambe. Allora mi sono avvicinato con il corpo, come per spingerla, ma avevo le mani in tasca e non l’ho toccata. Lei mi ha detto “vecchio di m. bastardo” e io ho ribattuto “Negra di m. vattente al tuo paese”. La ragazzina era molto combattiva. Urlava insulti. Si è messa a piangere solo quando sono arrivati i
vigili, non prima. Forse in quel momento si è spaventata». Quindi non c’è stato alcun contatto tra lei e la ragazzina?«Io non l’ho toccata e a conferma di questo c’è il referto medico che parla di zero giorni di prognosi. Per quanto riguarda l’auto, se l’avessi investita come è stato detto, sarei stato il primo a chiamare il 118. Dalla questura mi è arrivata una notifica, in cui si citano gli articoli 594 e 581 che fanno riferimento all’offesa verbale e basta». Adesso come si sente?«Io sono tranquillo e sereno, sicuro di non aver toccato nessuno. Gli stessi vigili, accorsi sul posto, avevano detto: “La storia per noi muore qui”. Ricordo che è arrivata la polizia a sirene spiegate e mi ha chiesto i documenti. Io non li avevo, quindi ho detto a voce il mio nome e il numero della carta di identità. La so a memoria perché ogni giorno passo la frontiera svizzera con il camion e devo compilare delle carte che mi richiedono il numero. Adesso vorrei solo finisse tutto in fretta. Sono padre anch’io e mi dispiace per la famiglia. Mia figlia viene a casa e mi dice che i compagni hanno letto di suo padre sui giornali. Ma tutto quello che è stato scritto è falso». E le parole razziste?«Io non sono razzista. Quell’offesa è scaturita in un momento di rabbia. Lo posso dimostrare che non sono razzista. Vado d’amore e d’accordo con un vicino di casa tunisino. Ho lavorato con 60 senegalesi e frequento alcuni rumeni. Ho amici indiani e anche mia figlia si vede con una ragazzina turca: se fossi razzista glielo impedirei». Il quarantacinquenne adesso risulta indagato. Adriana Morlacchi
s.bartolini
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