Raggira il collega diversamente abile intascandosi circa 100mila euro: condannato a due anni e mezzo di carcere per circonvenzione di incapace. I giudici del tribunale di Varese hanno invece assolto l’imputato, 49 anni di Varese, all’epoca dipendente della filiale Cariparma di via Marcobi (l’istituto bancario non è assolutamente coinvolto nella vicenda), dall’accusa di estorsione.
Il processo aveva fatto scalpore, l’imputato era stato definito “lucido e spietato” dalla pubblica accusa, nell’individuare la vittima più debole, l’uomo più facile da ingannare.
Ad accorgersi che qualcosa non quadrava, tra l’altro, fu un rappresentante sindacale in seno all’istituto bancario che segnalò delle anomalie alla direzione che, immediatamente, fece scattare la denuncia.
Tutto nasce da una proposta d’affari. «Senti, facciamo una società, che ne dici? Mettiamo su un negozio di alimentari, diventiamo soci e cambiamo vita». La proposta sembrava allettante, peccato che prevedesse una clausola del tutto particolare.
Cioè, i soldi li doveva mettere tutti il socio più giovane, la vittima, un 45enne a cui il collega più anziano aveva proposto l’affare. La vittima, assistita nel processo dall’avvocato di Varese è un 45enne affetto da tetraparesi (assunto come categoria protetta nella stessa banca in cui lavorava anche l’imputato), che non aveva probabilmente la possibilità di difendersi da un raggiro odioso quale quello messo in atto, così come stabilito dalla sentenza di primo grado.
I soldi “spillati” e addebitati al malcapitato sono parecchi, si parla di cifre che superano i 100mila euro. Le prime somme furono ottenute convincendo il ragazzo disabile a chiedere dei prestiti finanziari, all’inizio del 2007, e poi a consegnare i soldi al collega: 33mila euro ottenuti da una società di prestiti, 42mila prelevati con carta di credito, 8.500 euro richiesti a un’altra società di prestiti, settemila euro prelevati in contanti presso la stessa filiale di Varese, o addirittura 21mila euro che l’imputato era riuscito a procurarsi convincendo il collega a richiedere e prelevare un quinto dello stipendio.
Ma il raggiro più inverosimile è avvenuto il 21 settembre del 2007 quando l’imputato, secondo le accuse, ha indotto il collega a recarsi presso una concessionaria di Varese per comparare una Toyota Rav, nonostante il povero commesso bancario fosse senza patente. L’auto è stata poi consegnata all’imputato che ne ha potuto disporre a piacimento.
Oltre a questi episodi di circonvenzione di incapace, il 49enne era anche accusato di estorsione perché, secondo l’accusa, si sarebbe fatto consegnare la carta di credito, la tessera bancomat e i relativi pin dal collega, con le minacce: avrebbe cioè detto all’amico che se non lo avesse fatto gli sarebbe potuto accadere “qualcosa di grave”.
Da questo secondo capo di imputazione, però, il quarantanovenne è stato assolto.













