Renzi: «Avanti con le riforme Se sbaglio non avrò alibi»

Il bilancio del premier: serve far correre l’Italia: «Statali fuori dal Jobs act, ma via i fannulloni». La battaglia in Europa: flessibilità per crescere

Dopo 10 mesi di governo, Matteo Renzi si sente meno Fonzie e più l’allenatore Al Pacino che in «Ogni maledetta domenica» sprona a vincere. In quasi due ore e 30 di conferenza stampa di fine anno, tra una battuta e un aggiornamento sulle operazioni di soccorso al traghetto Norman Atlantic, il premier rilancia la sua sfida, convinto di «aver mantenuto tutti gli impegni» del 2014. «Ritmo sarà la parola del 2015, dare il senso del cambiamento e dell’urgenza», scandisce assumendosi, come sul Jobs act, il peso delle decisioni finali, ma anche la responsabilità degli errori: «Se sbaglio non ci sono alibi è colpa mia».

In un Paese sfiduciato, dove, come fotografa il sociologo Ilvo Diamanti, la credibilità della politica è ai minimi e l’economia stenta a decollare, il presidente del Consiglio non perde l’ottimismo e la fiducia che «dopo aver rimesso in moto l’Italia, possiamo nel 2015 farla correre». La strategia del premier, nell’ottica di restare a Palazzo Chigi «fino al 2018», corre sempre su due binari. Primo: riforme incisive. «Siamo il Paese che ha fatto meno leggi e più riforme», si vanta Renzi. E, in parallelo, una battaglia in Europa «perché cambi paradigma» introducendo nei fatti la flessibilità e consentendo, con lo scomputo degli investimenti dal patto, la crescita. Certo, con le elezioni in Grecia si addensano nubi nere sull’Eurozona, ma il presidente del Consiglio non teme «contagi» sull’Italia. Né, lascia intendere, la vittoria di Tsipras perché «se ci sarà un nuovo governo – dice – discuteremo». Una determinazione a far rialzare la testa all’Italia che per il presidente del Consiglio nasce dalla convinzione di non aver sbagliato le mosse. «Meglio essere giudicato arrogante che disertore», mostra il petto Renzi che, pur ammettendo qualche errore del governo, è soddisfatto «per come stanno andando i pezzettini del puzzle». E qui il premier fa l’elenco delle cose fatte dal suo governo, che non sono, precisa in polemica con una domanda, un’opinione come vogliono invece i suoi critici: Jobs act «fatto», con l’esclusione delle scelte sugli statali rinviate al «disegno di legge Madia». «Ho deciso io di eliminare la precisazione che le norme non valessero per gli statali», chiarisce, aggiungendo che comunque anche nel pubblico impiego è ora di cambiare. «La mia idea è che chi sbaglia nel pubblico paghi», è la linea del premier che fissa per febbraio la battaglia sulla Pubblica amministrazione. Certo, lo scontro sulle nuove regole del mercato non è finito. «È un derby ideologico costante», taglia corto il premier, che su eventuali modifiche, come sui licenziamenti collettivi, chiarisce che il parere del Parlamento «non è vincolante». E fa spallucce all’ipotesi di un referendum abrogativo ventilato da sindacati e parte della minoranza Pd. «Se ci sarà lo faremo ma penso arriverà dopo quello sulle riforme istituzionali», rilancia Renzi.

Riforma del Senato e legge elettorale andranno in porto nei tempi previsti. «Siamo grandi esperti di “canguro”», la strategia per aggirare l’ostruzionismo parlamentare. L’Italicum, assicura Renzi mostrando il facs simile di una scheda elettorale, è una sorta di «Mattarellum con preferenze» che garantisce la governabilità. Il leader Pd non teme fronde, né quelle dem né quelle forziste. «Non sono contro la clausola per l’entrata in vigore nel settembre 2016 ma prima facciamo la legge», è la condizione, convinto che il Patto del Nazareno reggerà. «Se qualcuno pensa che possa esistere Forza Italia senza Berlusconi, auguri», è l’assist all’ex Cavaliere, assediato dai malumori interni.
Riforma del Pubblico impiego, taglio delle partecipate, privatizzazioni (ma solo se «il mercato lo consente»), riforma della scuola e local tax dal 2016 sono alcuni degli obiettivi per il 2015. Un elenco di impegni che, però, ha un convitato di pietra: il prossimo presidente della Repubblica. Con abilità Renzi dribbla domande più o meno specifiche dei cronisti sulla partita che infiammerà il Parlamento da fine gennaio. Sicuro che «ci siano i numeri» per eleggere il successore di Giorgio Napolitano, il premier tiene le carte coperte, chiarendo che «non si tratta di un test politico» ma di «un voto istituzionale di grande rilievo».