Renzo lascia, Varese festeggia «E ora altri facciano lo stesso»

VARESE Renzo Bossi si dimette. E Varese lancia un grido di liberazione. Senza cattiveria, ma che il giovane rampollo di casa Bossi non fosse il benvenuto nell’agone politico era chiaro fin dal 2010. Negli ultimi tempi, poi, la sua permanenza al Pirellone stava diventando ogni giorno più “difficoltosa” per il rinnovamente leghista. Una scelta obbligata, insomma. Che tutti commentano positivamente, chi più chi meno addolcendo la pillola che Bossi junior ha dovuto ingoiare mollando lo scranno. Gianluigi Lazzarini, consigliere comunale e dirigente provinciale maroniano, afferma senza esitare: «Beh, era la cosa giusta da fare. Se Umberto Bossi ha fatto un passo indietro, lui doveva farne almeno tre. E ha scelto intelligentemente di togliersi di mezzo, prima che fossero i militanti a farlo». Ma i militanti avrebbero davvero messo in discussione il figlio del capo? Lazzarini: «I militanti onesti sì».E adesso Varese si aspetta che «qualcun altro dia le dimissioni». Nessuno fa il nome, ma si intuisce chiaramente il riferimento è a Rosi Mauro Via dalle istituzioni? «Certe persone le vogliamo anche fuori dalla Lega – tuona il segretario della prima circoscrizione Stefano Cavallin – Quanto a Renzo, buon sangue non mente. Ha fatto, pur non essendo indagato, la stessa scelta del padre. E finalmente ha iniziato a dare retta a lui, invece di ascoltare il cerchio magico». In ogni caso, la scelta di Renzo appare come una nuova speranza per il Carroccio. Come sottolinea il sindaco di Varese Attilio Fontana. «Quello di Renzo è un bel gesto – commenta Fontana – ci aspettiamo gesti da altri personaggi. Che anche altri si assumano le le proprie responsabilità. Altrimenti, sulla base di quello che emergerà dalle inchieste, sarà la militanza ad agire». La militanza che non perdona. E grazie alla quale la Lega può dirsi ancora un partito

onesto. Come spiega il presidente della Provincia di Varese Dario Galli: «All’interno di questa vicenda, che fa male a tutti perché danneggia le Lega e i militanti, ci sono comunque dei segnali che ci rendono diversi. Di fronte al solo sospetto, e senza essere indagati, Bossi e il figlio si sono dimessi, gesto di generosità per il bene del partito. E non, come altri, da qualche carica a corollario. Tutti e due hanno rinunciato alla loro carica principale». Marco Bordonaro, militante varesino: «Un atto dovuto e inevitabile. A dimostrazione che i leghisti non sono attaccati alle cadreghe con la colla». Ma c’è un aspetto che chi, essendo nato a Varese e conoscendo retroscena che a livello nazionale si ignorano, non si lascia sfuggire. E lo ribadisce con forza su Facebook, sulla pagina di Maroni, Max Ferrari. Ex direttore di Telepadania passato alla storia per avere guidato la prima rivolta contro il cerchio magico, quella del 2006 che portò poi alla sua espulsione, lancia l’affondo contro chi «ha usato Renzo». Scrive: «Ragazzi. Renzo ha fatto tante cazzate e si è dimesso, ma ricordiamoci bene che quello che lo ha usato come un pupazzo è di Busto Arsizio». Un riferimento a Marco Reguzzoni. Tanto che poi aggiunge: «Reguzzoni fuori dai coglioni». Proprio il deputato di Busto, infatti, viene indicato dai maroniani come colui che starebbe dietro l’ingresso in politica di Renzo, dal momento che, non avendo seguito nella militanza rispetto a Maroni, doveva basare il suo potere sul rapporto privilegiato con la famiglia. Senza dimenticare che il consigliere regionale Giangiacomo Longoni, reguzzoniano, avrebbe avuto il compito di controllare Renzo, evitando che parlasse con esponenti maroniani per farsi un’idea diversa della Lega. Longoni ebbe il soprannome di “balia”, proprio come Rosi Mauro veniva chiamata “badante” di Bossi. Marco Tavazzi

s.bartolini

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