O pieghi la testa, o restituisci i torti con gli interessi. Sabato a Cittadella, sempre là, il Varese può rialzarsi o crollare. Dopo avere perso 3-1 una partita moralmente stravinta, muori o ti vendichi. Servirà l’anima, servirà la gente, servirà la curva, servirà tutto. È il momento verità, quelli che il Varese non si è mai lasciato sfuggire. Ci credono tuttti, come prima e più di prima. Il presidente Rosati suona la tromba e si porta in Veneto il Franco Ossola.
Antonio Rosati: l’altra sera è successo qualcosa di straordinario. Lo sa?
Ero già scappato dalla panchina perché avrei potuto commettere una sciocchezza contro qualcuno del Grosseto.
E cos’ha sentito, imboccando il tunnel degli spogliatoi al fischio finale?
Quattromila persone sotto la pioggia troppo impegnate ed applaudire la loro squadra per poter contestare l’arbitro. Solo a Varese succedono cose così.
Le ricorda qualcosa?
Dopo la prima finale per la serie B persa a Cremona, Buzzegoli andò sotto la curva dicendo: «Non è finita, ci rivediamo». Stavolta, in quell’appaluso forte come un urlo, il Franco Ossola ha detto ai suoi uomini: «Non è finita, ci rivediamo a Cittadella».
Da brividi.
Il pubblico ha cancellato in un attimo quello di brutto che era appena successo, rimettendo a posto i pezzi di un puzzle che un colpo di vento contrario aveva gettato via. I giocatori se ne ricorderanno e io ho un sogno.
Quale?
Giocare in casa a Cittadella. Sentire gli Amici del Varese e ritrovare anche in trasferta il tifo della curva. Sabato in palio c’è molto, forse tutto e so che è possibile vendere biglietti anche a chi non ha la tessera del tifoso, se viene accompagnato al punto vendita da qualcuno che ce l’ha. Mi aspetto duecento varesini indemoniati.
Quel gol regolare annullato a Terlizzi avrebbe chiuso la partita: è il segnale che il Varese sarà la vittima sacrificale tra i colossi impegnati nella corsa playoff?
Il vittimismo e la dietrologia non mi piacciono affatto. Sono gli alibi dei perdenti. Ciò che è fatto, è fatto. Detto questo, abbiamo tutto il diritto di arrabbiarci. E di sfogarci in campo, ma non solo lì.
E dove?
Certi errori non esistono: quando arbitro e guardalinee convalidano un gol e le squadre sono già a centrocampo non si può tornare indietro. E poi, perché? Ho telefonato al presidente Abodi. E gli ho detto che per la seconda o terza volta in tanti anni me ne sono tornato a casa amareggiato.
Perché?
Non abbiamo perso contro il Grosseto ma contro altre cose. I tre gol ce li hanno segnati la terna arbitrale, il campo impraticabile della ripresa e la sfortuna. Tre reti fantasma, per me la partita è finita 1-0 per il Varese e il suo pubblico.
Perché si è arrabbiato con gli ospiti, arrivando quasi allo scontro?
A casa loro facciano ciò che vogliono. A casa nostra fanno le persone educate. Dal vertice al magazziniere, invece, si sono comportati agli antipodi dei valori incarnati dal Varese. Quei gestacci dalla loro panchina, quella barella della croce rossa presa a calci dopo un gol: inaccettabile.
Cosa dirà alla squadra?
Le dirò: brava! Nel primo tempo ha giocato una partita splendida. Tolta la Juve Stabia e a tratti il Pescara, siamo quelli che corrono di più e giocano meglio.
Basterà?
Arriviamo sul rettilineo finale con le gambe e la testa meno logore rispetto a un anno fa, pronti a tutto. Siamo in cinque per due posti perché c’è in ballo anche la Juve Stabia. Ma adesso andiamo tutti a Cittadella a giocarcela sul filo del rasoio: questo è il bello del Varese, e forse ci piace che sia così.
Andrea Confalonieri
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