Sakota: «Si vive solo due volte» Guarda il video

Ritornato a vivere. Con questa pagina tentiamo di chiudere il cerchio attorno a Dusan Sakota, il più amato tra i ragazzi arrivati a un Bryant Dunston dallo scudetto. Lo facciamo cercando di raccontare la sua storia, tutta assieme.

Sakota: «La mia ragazza mi ha detto che ha visto esultare prima ancora che tirassi. È emozionante». Collegato: «Un dono di Dio, con la mano calda ci nasci». Durante l’anno di rieducazione, a Pesaro assistito dal preparatore Scavo Roberto Venerandi: «Il mio tiro è l’unica cosa che non è cambiata, l’unica di cui non mi preoccupo».

Di nuovo Varese: «Sto passando i mesi più belli della vita. Ieri venivo all’allenamento e sono passato davanti al Triple: c’era la coda per i biglietti delle semifinali che arrivava in strada, e pioveva forte. Tutti abbiamo fatto venti punti o segnato cinque tiri da tre, ma nessuno ha vissuto qualcosa del

genere». Ancora: «In carriera ho vinto tantissimo con il Panathinaikos, ma questa squadra è diversa, ce l’ho nel cuore. All’inizio l’obiettivo era centrare i playoff e ora guardate cosa sta succedendo: i miei compagni non sono compagni ma amici, vengo ad allenarmi come se dovessi andare al campetto».

La verità: «Per due mesi sono stato a metà tra la sopravvivenza e la morte: non mi domandavo se sarei tornato a giocare, ma se ce l’avrei fatta. A Varese sto vivendo la mia seconda possibilità, capite quanto è bello?».

Ancora macchina del tempo: «Un grazie al fantastico Roberto Venerandi, lavoriamo assieme grazie alla sua volontà, nei miei confronti non avrebbe obblighi. Vediamo progressi di settimana in settimana, sto riprendendo chili».

Allo specchio: «Quando sono entrato in ospedale pesavo 106 chili, quando ne sono uscito ero sceso a 86, ora peso 95. Quindi devo ancora guadagnare 9 chili, il mio obiettivo è arrivare almeno a 102». Tre anni dopo le tabelle dicono 104. Rewind: «È stato un periodo molto difficile per la mia famiglia, soprattutto dal punto di vista psicologico. Non avevamo certo la forza di parlare di pallacanestro, non lo faccio neanche adesso nonostante i miglioramenti».

A casa: «Mio padre non mi chiede certo “quando torni in campo?”. Piuttosto mi dice “piano, non avere fretta”: del resto ha ancora paura». Dusan è il figlio di Dragan Sakota, allenatore Serbo naturalizzato greco esattamente come lui, nato a Belgrado nel 1986 ma cresciuto dal 1990 ad Atene.

Locandine dei giornali marchigiani di martedì 27 aprile 2010. Corriere Adriatico: “Il dramma. Sakota in «coma, nuova operazione per una emorragia”. L’edizione locale de Il Resto del Carlino: “Dusan Sakota di nuovo operato, è gravissimo. Padre colto da malore, compagni in lacrime”. Quella de Il Messaggero: “Sakota in coma, sono ore di grande paura”.

Dusan: «Ricordo esattamente il momento… Poi ho continuato per una decina di minuti, sono un giocatore e non faccio caso a un colpo allo stomaco. Mi faceva male, ma mi sono convinto che il dolore sarebbe passato». Sempre dalla rieducazione: «Percepisco di più la buona sorte per quello che è successo. Credo nel destino, penso che nulla avviene per caso. Ora vedo il lato positivo dell’incidente: mi ha reso più maturo permettendomi di valutare diversamente le cose, meglio di prima».

Su Poeta: «È venuto in ospedale appena ha potuto. Ho avuto la possibilità di dirgli che non aveva responsabilità, siamo stati coinvolti in un incidente che accade una volta su un milione». Prima d’entrare in sala operatoria, Sakota ha raccolto la lucidità residua per rivolgersi al direttore sportivo Barbalich: «Poeta non c’entra niente». Potevano essere le sue ultime parole.

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