Roma, 23 giu. (Apcom) – In principio fu il velo: nel 2004, fece
scalpore in Francia e spaccò il paese la legge voluta da Jacques
Chirac, che vieta di indossare a scuola e negli uffici pubblici
il fazzoletto da testa per le donne islamiche. Vieta in verità
anche ogni altro simbolo “ostentato” di appartenenza religiosa,
dalle croci al collo, al turbante dei giovani sikh indiani: ma
l’obbiettivo primario del provvedimento è proprio il velo delle
giovani musulmane.
Oggi, dal velo la Francia passa a prendere di mira il burqa. A
scuola no ai capelli e al collo coperti. Per strada no anche
all’abito nero o azzurro che copre integralmente il corpo e il
viso, lasciando alla donna solo due fessure per gli occhi. Oggi,
è arrivata anche la benedizione del presidente Nicolas Sarkozy
per la petizione firmata da una sessantina di deputati francesi,
di tutte le tendenze politiche, in richiesta di una commissione
di studio parlamentare.
Dei 45 minuti di discorso che Sarkozy ha tenuto alle Camere
riunite nel quadro del castello di Versailles – quasi un nuovo Re
Sole – le poche frasi secche dedicate al burqa segnano una scelta
di campo. E’ un “segno di asservimento della donna e di
avvilimento”, che, “voglio dirlo solennemente, non sarà il
benvenuto sul territorio della Repubblica francese”. Di più, il
burqa “non è un problema religioso” ma “un problema di libertà”.
Per questo è giusto che il parlamento si esprima. “Bisogna che ci
sia un dibattito e che tutti i punti di vista possano farsi
sentire” ha proclamato il presidente.
Ma lui, il suo lo ha già chiarito. Perché “non possiamo
accettare nel nostro paese delle donne prigioniere dietro una
griglia, tagliate dalla vita sociale, private di ogni identità.
Non è l’idea che la repubblica francese si fa della dignità della
donna”.
La questione tocca vari nervi scoperti. Intanto, la difesa della
famosa laicità francese dello Stato, principio che Sarkozy ha
cercato di reinventare: “La laicità non è il rifiuto di tutte le
religioni, è un principio di neutralità e di rispetto. Non
sbagliamo obbiettivo” ha dichiarato, “la religione musulmana deve
essere rispettata tanto quanto le altre”.
E poi: vietare il burqa significa offendere l’identità musulmana
e la libertà di scelta? Il velo integrale si porta in Arabia
Saudita, in Afghanistan; su territorio francese ha la potenza di
un pugno nello stomaco. A metterlo sono le donne integraliste,
secondo il quotidiano Le Figaro: alcune sono obbligate, “ma per
lo più lo fanno volontariamente” assicura l’islamologo Bernard
Godard. “Molte hanno la nazionalità francese, molte sono
convertite. Si fanno salafiste come si entra in una setta”.
I salafisti, difensori dell’islam radicale, sono certo in
minoranza fra i musulmani francesi ma raccoglierebbero fra i 30 e
i 50 mila adepti su un totale di circa 5,5 milioni. L’islam
moderato non prescrive il velo integrale (che non si riscontra nè
fra gli obblighi religiosi classici nè fra le tradizioni del
Magreb, la zona nordafricana da cui viene la grande maggioranza
dei musulmani francesi). E tuttavia fra i leader della comunità,
solo il rettore della Grande Moschea di Parigi (che dipende
dall’Algeria) si è pronunciato chiaramente contro il burqa o
niqab che dir si voglia. La comunità appare a disagio: secondo la
Direzione dei servizi, perché non vuole scontentare le frange
degli estremisti.
Di queste donne velate di Francia, oggi Le Figaro ne presenta
alcune. Come Sofia, studentessa universitaria di chimica a
Parigi-VII, sempre interamente coperta in classe; ha ottenuto uno
stage da Chanel dove sogna di lavorare nel settore cosmetici.
Oppure Delphine, ribattezzata Aisha quando ha abbandonato il
cattolicesimo per convertirsi alla religione del marito. “Sono io
che mi sono mossa verso l’islam, per fede” assicura. Ha quattro
figli; è passata dal velo all’hijab (che copre tutto tranne il
volto) fino al niqab, scandalizzando la famiglia d’origine.
Oppure Karima, cresciuta nella banlieue meticcia parigina fra
jeans alla moda e orecchini; la bocciano alla licenza superiore,
fa pulizie a domicilio, si innamora di un fondamentalista e lo
sposa. Dal velo al niqab in pochi anni, e i bambini non andavano
all’asilo pubblico, “miscredente”, ma a un nido salafista
semiclandestino. Fino a quando l’intera famiglia si è trasferita
in Algeria.
A questa diffusione progressiva del velo – una rivendicazione di
appartenenza, il sintomo di uno spaesamento e di un disagio
sociale cui si reagisce con la sfida – fin qui la Francia ha
risposto imponendo la legge repubblicana. Pare intenzionata a
continuare su questa strada: non è detto che serva a mutare le
coscienze, ma aiuterà quelle donne che il velo, sui capelli o sul
viso, preferiscono non metterlo.
Aqu
221646 giu 09
MAZ
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