Com’era? Il Dalemoni, folgorante trovata di un Giampaolo Pansa di un bel po’ di anni fa che tendeva a sottolineare alcune affinità tra il Leader Massimo e il Cavaliere. Tra queste c’erano sicuramente l’avversione per la stampa e per le toghe. Da ieri ce n’è una in più. Quella di utilizzare una consultazione amministrativa, dove bisognerebbe parlare di strade, fognature, decoro urbano, casa (tutte cose che a ben vedere hanno un colore partitico molto pallido) a fini politici. D’Alema lo fece con le Regionali
del 2000, ma poco cambia, e ne uscì con le ossa rotte. Al punto che gli toccò mollare l’agognata poltrona di palazzo Chigi a Giuliano Amato. Undici anni dopo Berlusconi sembra aver commesso lo stesso errore. E il sembra è dovuto solo al fatto che a lui restano quindici giorni per una prova d’appello (il ballottaggio di Milano). In caso di sconfitta al secondo turno di Letizia Moratti, probabilmente anche l’attuale capo del governo potrebbe essere costretto a lasciare il posto. Magari a Tremonti.
Quella del capoluogo meneghino, città simbolo del berlusconismo e, in parte anche del leghismo, al primo turno è stata una batosta imprevedibile e imprevista da tutti. Molti pensavano che donna Letizia potesse farcela al primo turno. I pessimisti vedevano un ballottaggio con il sindaco uscente ben davanti a Giuliano Pisapia. Nessuno aveva pronosticato quest’ultimo quasi vicino al trionfo immediato. Addirittura da fantascienza l ‘idea che il Pd potesse contendere al Pdl il primato di primo partito cittadino o che la Lega potesse prendere quasi più voti all’ombra di San Petronio a Bologna che sotto laMadonnina. Eppure è accaduto. E appare persino difficile da spiegare. Perché se il Pdl ha fatto molto per perdere, non si può dire che il centrosinistra si sia dannato l’anima per vincere. Il Pd è stato premiato, ma certo oltre i suoi meriti. Bersani si è precipitato ad annunciare un vento del Nord che ha cambiato direzione. Forse. Ma la lettura a caldo è quella di un voto di protesta che, a sorpresa, ha trovato una libera uscita ed è finito per posizionarsi sul principale partito collocato all’opposizione. Un vento che ha spinto Fassino a Torino oltre ogni previsione, una bora che a Trieste manda il candidato del centrosinistra davanti al ballottaggio. Ma che si attenua già nella roccaforte Bologna e si spegne a Napoli, dove è stato favorito quello che urla di più, il magistrato dipietrista De Magistris. Ecco perché il Pd non deve illudersi. Aver trovato per terra il biglietto buono della lotteria non significa automaticamente far fruttare la vincita.
Per Pdl e Lega è il momento dell’autocoscienza. Berlusconi, silente e (stando ai rumors) infuriato, avrà forse compreso che la linea barricadera e sguaiata della Santanché non è vincente. Magari ogni tanto ci vorrebbe anche un partito. Una nemesi, quella del Cavaliere: tradito dalle donne, a partire da Letizia e il suo sfondone nel dibattito tv con l’avversario. Il Senatur starà già facendo i conti della serva sulla convenienza, per il Carroccio, di un’alleanza già logora a cui il risultato di Milano rischia di dare lo strappo definitivo. Ma forse dovrebbe riflettere sui frutti di un federalismo che, nella migliore delle ipotesi, non è stato capito e nella peggiore è percepito in maniera differente dalle aspettative.
Francesco Angelini
e.marletta
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