di Stefano Affolti
VARESE L’ultimo capolavoro di Franco Ballerini, forse il più bello, l’ha firmato Alessandro Ballan nel cuore di Varese: la cannonata di via Vittorio Veneto, la fuga solitaria a perdifiato e il boato all’ingresso alle Bettole fanno ancora accapponare la pelle di chi c’era. La notizia della scomparsa del ct ha raggiunto l’iridato 2008 lontano, in Qatar, dove sta disputando la prima gara stagionale con la nuova squadra, la Bmc capitanata proprio da Cadel Evans.Come l’ha saputo?Durante il riscaldamento della crono di domenica: ho incrociato Pozzato, ci siamo guardati con gli occhi gonfi. Al via della tappa un minuto di silenzio, poi noi italiani abbiamo corso col lutto al braccio. Ci sono rimasto malissimo: Franco era un amico vero, la vita è brutta quando ti dà questi dolori. Chiamava spesso, anche se non c’erano gare: si parlava di tutto, ogni tanto tirava fuori con viva emozione questa passionaccia per i rally.Zanini ha detto: correre in bici è più pericoloso.Vero. Soprattutto in allenamento: vai in mezzo al traffico, ti possono arrotare quando vogliono.Ballerini metteva tutti d’accordo, eppure in nazionale i galli non mancavano mai.Grazie a lui ho indossato cinque maglie azzurre: ogni volta riusciva a coalizzare la squadra attorno al capitano designato. Il segreto? Gli bastava parlare da corridore a corridore, perché era ancora uno del gruppo. Dava fiducia e sicurezza, ti illustrava le sue idee, ti convinceva sempre che erano giuste. E lo erano: basta guardare i risultati. Capiva tutto in anticipo: l’unica volta che cambiò strategia fu proprio a Varese.Ripercorriamo quei giorni.Ero andato fortissimo alla Vuelta. Arrivammo in ritiro con i ruoli già delineati: Bettini unico leader, Rebellin e io alternative molto defilate. In quella settimana Franco non ne parlò mai pubblicamente: in privato, invece, mi ripeté cento volte che avrei potuto fare la differenza negli ultimi quattro chilometri. Anche nelle riunioni tecniche della vigilia
si limitò a raccomandarmi: stai tranquillo e sentiti libero.Ci prese in pieno.Quel giorno facemmo un gioco di squadra bellissimo. Beppe Conti su “Tuttosport” aveva scritto di un piano B, citando me: non era vero, decidemmo tutto in corsa. Quando Paolo vide che gli spagnoli l’avrebbero pedinato anche se avesse sbagliato strada, concordò con Franco il da farsi. Nacque così la fuga con me, Rebellin e Cunego.Scattò ai meno tre perché gliel’aveva suggerito il ct?No, ci pensai dopo: però chiaramente non era un caso. Stavo bene e potevo vincere solo in quel modo: né allo sprint né all’ultimo chilometro, come aveva dimostrato il colombiano Duarte il giorno prima tra gli Under 23. La cannonata mi uscì spontanea, poi pedalai a tutta. La cosa più bella furono gli abbracci dopo l’arrivo. Chiunque vincesse, trionfava la squadra: lì si vedeva il lavoro del Ballero. Bettini era felice come se avesse fatto davvero l’atteso tris.Nel 2009 ha pagato la maledizione della maglia arcobaleno.Dove devo firmare per un altro anno di sfiga, in cambio di un altro Mondiale?Magari a Melbourne 2010, seppur con un altro ammiraglio?Franco era già stato in Australia. Diceva che il tracciato non è facile come sembra: c’è un bello strappo ai cinque chilometri che fa preferire la gente veloce che va in salita ai velocisti. Avrà avuto ragione anche stavolta.Come atleta più d’uno la considera un degno erede di Ballerini.Il paragone mi onora e mi imbarazza un po’. Ha firmato due Roubaix, io sono lontano anche dalla prima. Cosa mi manca? Lui era molto più veloce, sullo scatto e sul passo.Ci punta?Logico: è una corsa epica, la amo e chi la vince entra nella storia. Proverò già quest’anno, sperando che pure la sorte mi sia amica: senza fortuna lassù non te la cavi. Dedicherò a Franco la prossima vittoria: sarebbe il massimo centrarla proprio a Roubaix.
a.confalonieri
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