– La maternità non fa bene alla campagna elettorale, ci dice Bertolaso; il quale è medico ma soprattutto è un politico, quindi si spiegano tante parole al vento.Ovviamente non ho la minima intenzione di addentrarmi nelle pieghe di un dibattito vuoto e inutile, mi basta solo coglierne un aspetto. Il solo che considero degno di una riflessione. Che giro ai lettori della Provincia e agli sfidanti per Palazzo Estense.Cari candidati, provate a guardare
Varese dal punto di vista delle donne. Non delle donne in politica (anch’esse sono destinate a perdere profumo, colore e freschezza perché anche i bei fiori al buio appassiscono). Parlo delle donne che non ascoltiamo mai. Le madri. Le mogli. Le compagne. Le figlie. Le nonne. Le sorelle. Provate a pensare la città che chiedono, la Varese di cui hanno bisogno e vi accorgerete di come sarebbe migliore. Moderna e persino meno cara.
La città delle donne è la città che serve. È la città che gira attorno alle persone e non alle poltrone. Una città dinamica. E’ la città dove la soluzione del problema è sotto gli occhi.
Che è un po’ quello che le mamme, le mogli o le compagne ci dicono quando frughiamo nell’armadio alla ricerca di qualsiasi cosa senza trovarla; poi arrivano loro e… toh: «Ce l’avevi davanti agli occhi». Ditemi se non è così!
La spazzatura. La differenziata. Il gas. L’acqua. La sanità. I trasporti. Per voi candidati e il circo che si muove attorno tutto questo significa poltrone. Mani sulla città, nel senso di controllo. Per le donne significa tutt’altro, significa “servizio” erogato.
E alle nostre mamme, alle nostre mogli, alle nostre signore disinteressate alle chiacchiere politiche non interessa nulla se a comandare sia il pubblico o il privato (tema che appassiona i merli politici), perché alla fine è sulla qualità del servizio che le donne si esprimeranno.
Ebbene, quel servizio deve essere di livello. E “di livello” significa che deve ruotare attorno al cittadino non viceversa.
«Varese città turistica? Con ‘ste strade? ‘Sti marciapiedi? Con questa puzza di smog?». Nella Città Giardino si vive bene ma la qualità della città si è abbassata. Io ho provato a spiegare alle signore del pianerottolo i vincoli dei patti di stabilità e che non ci sono più soldi, ma quelle niente.
Anzi mi hanno spiazzato con un colpo che mette tutti ko: «Se non ci sono soldi perché tutti vogliono fare ancora politica?».
Perché non ci sono soldi ma c’è potere, gli ho risposto; un potere che gira su se stesso, buono solo a generare ricatti e litigi. Mai spinta, mai cambiamento.
Le donne sono capaci di trasformare le nostre case spostando gli stessi mobili, girando le stesse poltrone, ruotando letti e inventando nuove prospettive. Lo fanno a costo zero, mentre noi siamo al lavoro. Bussano alla vicina della porta accanto e concretizzano il cambiamento.
Ecco, cari candidati, provate ad ascoltare madri, moglie, compagne, figlie, nonne, sorelle.
Provate a scrivere quel pezzo di programma che è “davanti agli occhi” ma che non vedete. Provate a rivoltare la città come un calzino senza pagare consulenti. Provate a sorprenderci.
Perché Varese sorprende come una Coca Cola sgasata lasciata aperta su un tavolo in un pomeriggio d’agosto! Chi avesse il coraggio di farlo si ritroverebbe un pezzo di città autentica su cui concentrarsi. L’alternativa è attivare gli sherpa per il solito programmino e poi scannarsi per la spartizione delle poltrone.
Che, alla fine, è l’ultimo brivido che vi resta prima che la luce si spenga e vi appassisca tutti quanti. «In fondo, questo o quello, alla fine continueremo a vivere le nostre giornate come sempre». Ah, il graffio non è mio, ovviamente…













