Osvaldo Tonelli, il papà del pallone
Osvaldo Tonelli, fondatore e memoria storica del Bosto Calcio (Foto by Varese Press)

Osvaldo Tonelli, il papà del pallone

La storia - Una passione iniziata per divertimento e che ha prodotto tanti giocatori affermati, anche di serie A

VARESE - A Capolago c’è un bell’uomo alto con due baffoni bianchi che non passa inosservato: è Osvaldo Tonelli, 71 anni, memoria storica del pallone nostrano. Originario di Sumirago, arriva a Bosto in seconda elementare. «I miei avevano la portineria dell’avvocato Castiglioni, in via Ravasi: mi ricordo come fosse oggi della loro 1100E». Erano i tempi dei grembiuli, del giovedì di vacanza e dell’inno nazionale cantato al sabato. «Poi ci siamo trasferiti in vicolo Mera. Dopo la scuola si correva al vicino lavatoio e poi alla Donìga, una piazzetta dove ci ritrovavamo noi ragazzi, oppure al Barasset, un bar dove giocavamo a calcetto o a bocce, dopo la scuola, sulla strettoia». Finite le elementari, Osvaldo s’impiega come garzone da Enrichetta, storico fruttivendolo in piazza San Giuseppe poi trasferitosi in via Volta. «Servivo e poi andavo in bicicletta a portare la spesa ai clienti della Varese-bene, fra cui tanti milanesi in villeggiatura. E siccome abitavo dietro all’oratorio, il divertimento principale era andarci a giocare a calcio tre a tre o quattro contro quattro nella terra, con un campo neanche tanto rettangolare e con le porticine in ferro appiccicate al muro». Si era sul finire degli anni 50. «Mi piaceva molto giocare ma i miei mezzi tecnici erano scarsi, e non avevo molto spazio nella squadra». Ma Osvaldo non demorde. «Eravamo sedicenni e Paolo Pozzi, che faceva il catechista, ci allenava. Un giorno, dopo aver vinto un torneo a Vedano, decidemmo di iscriverci al Csi quasi per scherzo». Nasceva così, nel 1964, il Bosto Csi e contemporaneamente la Pallacanestro intorno alla figura di Giancarlo Cairoli.

All’oratorio di Bosto ci sono una giostra e una robinia: Osvaldo e i suoi amici le tolgono, ripiastrellano il terreno e ci ricavano un campo di pallacanestro che si interseca con il campo da calcio. «Il volontariato era all’ordine del giorno: per il nostro parroco facevamo anche i magutt». Nel settembre del ‘69 si formalizza l’iscrizione alla Figc in terza categoria, col supporto di una squadra di allievi. E da un’idea di Fausto Pozzi, il fratello di Paolo, il Bosto diventa la prima società Nag - Nucleo Addestramento Giovani Calciatori - con obiettivo lo sbocco nel Varese Calcio. «Tutti i migliori giocatori che crescevano qui - sottolinea Tonelli - andavano a confluire nel Varese». Il Bosto dei primi anni gioca a Giubiano, poi via via nei campi e nelle palestre che il Comune mette loro a disposizione, sino a “espatriare” temporaneamente a Vedano. «Avevamo acquisito terreni nella brughiera di Capolago. Così, nel ’79, si inizia a costruire il nucleo del centro sportivo che vediamo oggi, grazie anche alla collaborazione dei genitori».

Negli anni ’80 il Bosto parte con quattro spogliatoi e tre campi in terra battuta. «Ero contemporaneamente giocatore nella prima squadra, allenatore e segretario, oltre che firmatario tra i fondatori». Nel mentre, il garzone fa carriera e nel ‘66 arriva alla Standa di via Tonale, che aveva aperto da un anno: Osvaldo avrebbe chiuso la filiale nel 2000 come direttore. «E siccome purtroppo non avevo più molto tempo per allenare, la prima squadra si sciolse». Oggi, da pensionato, Tonelli si gode a tempo pieno il campo sportivo della Cooperativa Us Bosto, presieduta da Gino Binfaré, e i nuovi campi a 11 e a 7 e la palestra, tutti in sintetico, ma soprattutto le sue 18 squadre di ragazzini dagli Allievi del 2000 alla Scuola Calcio del 2012: una “palestra” che ha dato una quarantina di giocatori professionisti nelle prime tre serie e che va ad alimentare le fila delle due squadre più antiche della città, la “cugina” Belfortese e il Varese. «Una volta il calcio era l’unico miraggio per noi ragazzini: oggi c’è molta meno motivazione. Perciò mi fa piacere sottolineare che il nostro settore giovanile ha cambiato filosofia rispetto a qualche anno fa, ossia punta meno sull’agonismo e più sul divertimento. È un insegnamento che ho ricevuto da mio figlio Emiliano, che giocava per il puro piacere di stare con i suoi amici del Lazzaretto, non certo per diventare un campione. Avevano messo due porte al Castello di Belforte e giocavano così, prima che fosse costruito l’oratorio». Così Belforte e Bosto, oggi, sono uniti nel nome del calcio a doppio filo: a Capolago, dove gioca la Belfortese, e con il Torneo Emiliano Tonelli da 9 anni, legato al Torneo Rosalba, in estate, grazie a un signore scanzonato con i baffoni bianchi.


© RIPRODUZIONE RISERVATA