«Non potevo morire così»
Rolando Del Torchio, l’ex missionario di Angera rapito in autunno nelle Filippine, ha raccontato a Repubblica.it la sua odissea in mano agli islamisti di Abu Sayyaf www.repubblica.it (Foto by dal sito)

«Non potevo morire così»

La testimonianza - Rolando Del Torchio racconta l’incubo della prigionia nella mani degli islamisti filippini

ANGERA - Rolando del Torchio è tornato in Italia già da qualche giorno: ha rilasciato le prime dichiarazioni in una video intervista al sito internet di Repubblica.it. L’ex missionario di Angera, rapito lo scorso autunno, nelle Filippine, dove risiedeva e gestiva un ristorante, ha raccontato la terribile esperienza dei suoi sei mesi di prigionia nella giungla filippina dopo il rapimento da parte del gruppo terroristico islamico legato ad Abu Sayyaf. Un’esperienza durissima, che lo ha provato nel fisico, facendogli perdere circa quaranta chili. Del Torchio ha definito il suo sequestro senza mezzi termini «un incubo, un inferno», dal quale ora per fortuna è finalmente lontano.

«Preso a bastonate»

«Si potrebbe dire inferno, incubo – racconta Del Torchio all’inviato di Repubblica – una miscela esplosiva di sofferenza. Generalmente sono stato trattato in maniera decente, se così si può dire quando si vive uno spazio di tre metri quadrati sotto la giungla, come la cuccia di un cane». Un’esperienza molto complicata, un incubo da lasciarsi alle spalle. «Se ho ricevuto delle botte? Sì – ha risposto Del Torchio – è accaduto una volta. Al momento del sequestro non è successo, ho lottato molto, ho fatto molta resistenza, ma ero preoccupato per quello che poteva accadere ai clienti del ristorante. Dicevo che sono stato trattato in maniera decente, ma una volta sono stati anche bastonato per motivi molto futili». Le fughe attraverso la fitta vegetazione hanno rappresentato la quotidianità per l’ex missionario che più volte ha temuto per la propria esistenza. Lo ha detto a chiare lettere: «Io – dice Del Torchio - riassumerei tutto in due parole: in vita o morte. Si è in balia di queste due cose: puoi vivere o potresti essere ucciso. Bisogna resettare il cuore e la mente, è un gioco di sopravvivenza, ho cercato di tirare fuori il meglio, l’energia residua che avevo dentro di me. Mi ha aiutato l’esperienza, l’esperienza del passato, la conoscenza e una frase che ho sempre usato incitando una squadra: fino alla fine forza Rolando, non mollare, vai vai vai, puoi farcela». Con grande forza d’animo e una super determinazione l’ex missionario è riuscito a farcela, sopravvivendo alle difficoltà di una quotidianità che lo ha portato a perdere in sei mesi qualcosa come una quarantina di chili.

«Pensavo alla libertà»

«Sono stati sei mesi nei quali i rapitori cercavano di nascondere gli ostaggi. Improvvisi spostamenti nella foresta, marce brevi, marce lunghe, me ne ricordo una di otto ore, marce diurne e notturne attraverso la giungla. Lì ho iniziato a perdere i miei chili, ne ho persi 40. in tutto questo frangente le marce mi hanno aiutato a pensare alla libertà. Mi sono detto che sarei ritornato là. Devo farcela, non posso morire così». Anche Angera ha seguito la vicenda con il fiato sospeso, ma ora finalmente può tirare un sospiro di sollievo insieme a Rolando.


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