Si è tenuto ieri a ville Ponti il workshop “O capitano, mio capitano. Molti modi per essere leader”, un incontro con relatori d’eccezione del basket biancorosso: Aldo Ossola, Andrea Meneghin, Fabrizio Frates, Ebi Ere, Toto Bulgheroni, Daniele Riva, moderatore Piero Almiento, del consorzio Varese nel Cuore.
La figura del leader, in campo e fuori, e il significato di un percorso che mira alla continuità, come quello del Consorzio, che ha grande storia alla base e davanti sempre nuove sfide.
Grandi ex varesini presenti, in platea e sul palco: «Il paragone col passato deve essere solo uno stimolo, quando accade che, come quest’anno, non si comincia particolarmente bene è difficile poi rapportarsi – dice , capitano dello scudetto della stella – Tutti devono andare nella stessa direzione, è fondamentale sacrificarsi per aiutare la squadra. Un leader viene scelto inconsapevolmente da tutta la squadra, chi per doti naturali chi per carattere riesce a indicare la via agli altri».
«Uso le parole del cavalier Cimberio, che crede nella forza del gruppo, dentro e fuori dal campo: quest’anno la difficoltà maggiore è creare gruppo – dice , capitano già con la Briantea Cantù, Bergamo e ora con l’Handicap Sport Varese di basket in carrozzina – Un capitano si sacrifica, trascina e detta le regole, quelle scritte e non scritte. Deve essere il gruppo a contagiare positivamente chi in quel momento è indietro, chi non va nella stessa direzione di squadra».
«Alti e bassi sono legati a eventi neanche troppo programmati – commenta prima dell’inizio dell’incontro – l’anno scorso è stata una stagione superiore alle aspettative, quest’anno ci si porta dietro un confronto molto positivo ma difficile. Tutto il sistema sarebbe da rivedere: dalla legge Bosman, ai cambiamenti di regole, ai contratti dei giocatori che possono andar via nello stesso anno, allo sviluppo delle giovanili. Tutte cose che non permettono alle squadre di pianificare per raggiungere e consolidare una leadership di squadra».
«Rispetto al passato, senza vivai non c’è ritorno economico – dice – La pallacanestro per come è strutturata soffre di mancanza di risorse, i contratti dei giocatori non li legano ad una squadra: si pensi al ’99, dopo il campionato vinto se ne andarono quattro giocatori: il tifoso non le capirà, ma queste cose le vive. Sono fattori determinati dal sistema, e se c’è una ricetta questa deve arrivare da lontano. Varese è una realtà che ha continuità».
Ruoli da leader e risultati: «Il play e il centro sono fondamentali – commenta , fenomeno della Ignis vincitutto – rispetto all’anno scorso se ne sente la mancanza. Bisogna cercare di inventare o trovare un centrone. Banks si sta ergendo a leader, ci si deve accontentare di quel che c’è. E di capitani come una volta ce ne sono sempre meno, perché si cambia spesso squadra».
La strada è giusta, ma spicca un appunto al tifo contro: «Bisogna cercare di essere realisti – dice – la crisi colpisce anche le società. Meno male che qui qualcuno si è messo insieme per andare avanti, mentre altri hanno chiuso. È una scommessa che parte ogni anno da zero: se con una bicicletta a un certo punto vai più forte della moto, come l’anno scorso, è una cosa eccezionale. Dobbiamo essere positivi anche quando le cose non vanno, è sbagliato “sparare sul pianista”».
Ogni riferimento a Frates è voluto: «A me disturbano le critiche da fuori, i fischi come contro un cambio del coach, è negativo anche lo stesso giocatore. Si sappia che c’è ancora qualcuno che permette di entrare al palazzetto e tifare, bisogna essere obiettivi e quindi forza ragazzi. Il bilancio è positivo perché ci siamo ancora».
«Ere è capitano e leader insieme – dice – quest’anno avrebbe bisogno di un play come Ossola per realizzare di più, ma sa sacrificarsi e cambiare ruolo, come difendere sull’avversario più pericoloso». «È il desiderio di vincere che ti fa vincere – dice , ultimo di una lunga serie di capitani biancorossi e primo di colore nella storia di Varese – non sono un grande motivatore a parole, agisco. Ogni giorno vedo in alto quelle bandiere: il coach dice cosa fare, io devo essere il primo a farlo e gli altri mi devono seguire. E questo è contagioso».
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