Anche se l’ipotesi di un ripensamento di Pietro Vavassori sembra remota, ecco tutti i motivi che il patron dovrebbe considerare sull’opportunità di riprendere il timone della nave biancoblù.
È la madre di tutte le motivazioni. È quella acquisita dalla Pro Patria sotto la sua gestione; quella che era venuta meno dal 2008 in avanti. Quello del patron e dei suoi collaboratori è stato un lavoro continuo, fatto giorno per giorno, che non può essere disperso da un batter di ciglia anche se le motivazioni dell’abbandono sono corpose.
Due anni di successi. Il primo inaspettato con 71 punti che sono valsi il primato davanti a tutti senza gli 11 di penalizzazione. Una corsa straordinaria cominciata sapendo che si sarebbe dovuto scalare l’Everest con le scarpe da ginnastica. La conferma è arrivata nel secondo anno, il più difficile, con gli occhi di tutti addosso e i favori del pronostico. Profilo
alto per tutto il campionato: questo è il capolavoro. Pur con qualche evitabile sofferenza finale, la promozione alla fine è arrivata. La Pro ha conquistato la Prima Divisione che solo due stagioni prima pareva un miraggio. Dopo tanto dispendio di energie fisiche e finanziarie non sembra valga la pena spegnere il motore quando sta andando a pieni giri.
È cresciuto in quantità e qualità. Evidente la seconda con Vernocchi, Giorno e Sala convocati nelle rispettive under di Lega Pro. Tre prodotti della pianta biancoblù e non acquistati a prezzo di saldo da qualche società di serie A o B e poi sbandierati come propri. Uno (Giorno) addirittura nato a Busto Arsizio. E quando mai si sono visti tre ragazzotti tigrotti vestire la maglia azzurra? Dire basta sarebbe come rubare loro i sogni e venire meno a quel senso di appartenenza alla maglia biancoblù. A quel dna tigrotto che fa parte delle loro fibre. Non scomparirà, ma il solo pensiero velerà di tristezza i loro occhi.
Non può essere dimenticato il loro impegno per arrivare fino in fondo a conquistare una promozione che per tanti di loro è stato il primo traguardo della carriera. Giocatori che due anni fa si sono ridotti lo stipendio credendo nel progetto di Vavassori o magari hanno rinunciato a qualche remunerazione maggiore per giocare nella Pro targata Va-va. Giocatori che hanno esordito tra i professionisti con quella maglia e un’emozione tatuate sulla pelle. Fermarsi qui? Come estirpare l’effetto promozione.
Quelli veri. Che soffrono per i colori biancoblù. Quelli che da decenni pagano l’ abbonamento. Gli aficionados che alla domenica fanno le levatacce per essere in trasferta su ogni campo, da Bareggio a Teramo, da Mozzate a Vittoria. È la parte buona del popolo biancoblù. Quella che non emerge, ma esiste e vuole bene alla Pro.
Coloro che hanno lavorato in squadra con il patron e hanno saputo fare gruppo fuori dal campo. Quelli che hanno faticato nell’oscurità e compiendo magari un lavoro sporco, ma con l’entusiasmo di far parte della Pro Patria. Quelli che nella penombra smussano, limano, mettono in equilibrio perché, si sa, in una squadra di calcio di problemi ce ne sono ogni giorno.
Nell’arco di appena due anni Vavassori ha saputo farsi un nome nel mondo del calcio tanto da conquistarsi un posto nel consiglio di Lega Pro. E quel mondo non perdona nulla. Se Vavassori decidesse di non proseguire, quel mondo lo bollerebbe come colui che ha posto fine alla storia della Pro Patria e mai come colui che ha vinto due volte di fila altrettanti campionati. È questo il suo lascito testamentario?
Busto Arsizio
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