Un calciatore di serie A tra i profughi libici

Un calciatore di serie A tra i profughi libici

VARESE «Stipati sulla nave per quattro giorni e quattro notti di fila, in balia delle onde con cibo e acqua sufficienti solo per i primi due giorni, non di più». Iniziano così, con la stessa immagine, i racconti di due profughi sbarcati a Lampedusa il 7 e l’8 di maggio e che venerdì scorso hanno trovato ospitalità alla Cascina Tagliata gestita dal Gulliver di don Michele Barban a Bregazzana. Con loro altri 20 profughi, tutti richiedenti asilo politico, pachistani e centroafricani provenienti da Somalia, Niger Mali e Costa d’Avorio. Tutti, per ora, preferiscono rimanere all’interno della struttura gestita come una vera e propria comunità.

Il primo a raccontare la sua storia ieri mattina è stato Abdul Karim, ragazzo ivoriano di 29 anni che si è allenato anche con Francesco Moriero (ex giocatore dell’Inter) e fino a poche settimane fa giocava a calcio in quella che potremmo definire la serie A libica, in particolare nella squadra finanziata dal famoso canale tv arabo Al Jazeera. «La nave che ci ha portato fino a Lampedusa era enorme, duemila forse tre mila persone, strette come sardine. Il secondo giorno acqua e cibo erano finiti e quando finalmente dopo il quarto giorno di navigazione siamo arrivati davanti alle coste di Lampedusa qualcosa non ha funzionato, il barcone ha cominciato ad oscillare e siamo caduti in acqua (era l’8 maggio, ndr). Sono morte sette persone», racconta Abdul con una lunga pausa. Andare avanti a raccontare è difficile, ma lo aiuta una domanda: «Quanto è costato il viaggio?». «Non lo so risponde lui – abbozzando un sorriso – è stato il club per cui io giocavo a calcio a organizzare tutto. Posso solo dire che mi dovevano 8 mila dollari di stipendio e non me li daranno più a questo punto». Qualche settimana fa Abdul aveva avuto un incidente: gamba rotta, intervento in ospedale e una riabilitazione ancora da completare. «Quando è scoppiata la guerra in Libia ho chiamato la mia famiglia, volevo tornare a casa, ma anche loro erano in fuga perché anche in Costa d’Avorio è scoppiata la guerra civile – aggiunge – così ho preso il numero di telefono di una mia zia che anni fa si era sposata con un italiano, ma nel naufragio ho perso quel numero e ora non so più come contattarla». Il destino l’ha portato in Italia e ora spera di poter trovare fortuna qui, magari come calciatore, se sarà fortunato.

Accanto a lui il coetaneo Malik Keshif, per tutti semplicemente Alì. Anche lui sogna un futuro in Italia e, come Abdul, è arrivato qui con un viaggio incredibile dalla Libia, dove lavorava per la compagnia petrolifera Tamoil. Di origine pachistana e laureato in economia a Dubai, Alì era impiegato a Misurata, la città libica più colpita dalla guerra, dove i ribelli resistono all’esercito di Gheddafi. «Dovevo scappare – racconta in un inglese fluente – il Pakistan però è sconvolto dal terrorismo, quindi ho comprato un passaggio in nave per 500 dollari. Sulla barca eravamo circa 500 persone di cui 55 pakistani e

gli altri africani. Quando al secondo giorno sono finiti i viveri alcune persone hanno cominciato a lottare tra di loro e a litigare, ma poi è prevalsa la paura. Cristiani e mussulmani tutti ci siamo messi a pregare, ciascuno il proprio Dio, per chiedere che ci salvasse». E in questo caso le preghiere sono state esaudite. In attesa di sapere se la sua richiesta di asilo politico sarà accettata Alì pensa ad a imparare l’Italiano (il Gulliver ha iniziato per i suoi ospiti un piccolo corso di prima alfabetizzazione) e a scrivere la sua storia, quello del suo viaggio, perché non vada perduta.

«Come Gulliver abbiamo dato la nostra disponibilità ad accogliere i profughi il mese scorso, e abbiamo spinto la Federazione italiana comunità terapeutiche di cui siamo parte a fare altrettanto – spiega don Barban – anche se una convenzione con la Prefettura non c’è ancora stiamo lavorando per dare a queste persone non solo un letto, un tetto e dei pasti caldi, ma sostegno per l’inferno che hanno attraversato». «Alcun i di loro sono talmente traumatizzati che parlano a mala pena», ha aggiunto Giorgio Stabilini, della comunità mussulmana di Varese.

Lidia Romeo

e.marletta

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