– Il gip di Varese ha conferito all’anatomopatologa, con la formula dell’incidente probatorio, l’incarico di condurre una serie di analisi alla ricerca di eventuali tracce di Dna sulla salma di, la studentessa e scout varesina uccisa nel gennaio 1987 con 29 coltellate a soli 20 anni e il cui cadavere fu ritrovato due giorni dopo ai margini dei boschi del Sass Pinì a Cittiglio. La data della riesumazione della salma di Lidia non è ancora stata fissata: sarà Cattaneo a comunicarla entro poche ore
alle parti. La riesumazione avverrà non oltre i 30 giorni di tempo, mentre è stato fissato in 60 giorni il termine che i periti avranno a disposizione per eseguire tutti gli accertamenti del caso. Lidia da 29 anni riposa nel cimitero di Casbeno, i familiari stanno affrontando un nuovo dolore per arrivare alla verità sul suo assassinio. Cristina Cattaneo è la più importante anatomopatologa forense italiana ed è scienziato di fama internazionale: nella nostra provincia ha già lavorato come perito nel caso delle Bestie di Satana.
Il quesito al quale dovrà far fronte è difficilissimo nella sua semplicità: trovare sui resti di Lidia tracce biologiche dalle quali poter estrarre Dna estraneo a quello della giovane per poterlo comparare con quello di , 49 anni di Brebbia, ex compagno di liceo della giovane, arrestato il 15 gennaio con l’accusa di aver stuprato e ucciso la giovane.
In realtà Binda è indagato per l’omicidio della giovane scout dallo scorso agosto. Tutto ha avuto inizio nel 2014 quando, imprenditrice varesina, amica di Lidia e Binda ai tempi del delitto, riconosce nella lettera anonima “In morte di un’amica”, recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987 giorno delle esequie di Lidia, la grafia di Binda. La lettera viene mostrata dalla trasmissione Quarto Grado e Bianchi chiama la polizia.
Fa di più: mostra agli inquirenti una cartolina che Binda le aveva mandato 30 anni fa durante una vacanza alla Maddalena. Il sostituto procuratore generale , che coordina l’inchiesta dal 2013 dopo l’avocazione del fascicolo in carico al pubblico ministero , ordina una perizia grafologica che attesta come sia Binda l’autore della missiva anonima da sempre considerata dagli inquirenti come lettera scritta dall’assassino o da qualcuno che era al corrente di retroscena sull’omicidio. Binda viene interrogato 2volte come persona informata dei fatti.
Nega di essere l’autore della lettera e così facendo fornisce all’autorità giudiziaria l’opportunità di indagarlo formalmente. Non solo: Binda contatta anche i vecchi amici di Comunione e Liberazione, ambiente frequentato all’epoca sia da lui che da Lidia, forse per avere informazioni sull’inchiesta in corso.
Così facendo crea un rischio di inquinamento delle prove (anche se parliamo di fatti accaduti 29 anni) che è andato a sorreggere l’ordinanza di custodia cautelare che lo ha portato in carcere. Formalmente Binda non ha mai parlato avvalendosi della facoltà di non rispondere sia davanti al gip che davanti al pubblico ministero. Il 29 aprile la Cassazione deciderà se rimetterlo in libertà oppure no.













