"Una famiglia cresciutaa pane e pallacanestro"

"Una famiglia cresciutaa pane e pallacanestro"

di Samuele Giardina

VARESE L’accoglienza di Enrico Colli spiazza: «Non capisco cosa possa mai avere io da raccontarvi». Oddio, andando per gradi, sciur Enrico è un varesino classe 1918, novantuno candeline spente settimana scorsa, intelligenza e memoria vivissime, ha due lauree, è stato dirigente d’azienda a Milano, dal 1980 a due anni fa commercialista a Gallarate, ed è abbonato alla Pallacanestro Varese da che esiste l’istituto dell’abbonamento. «Inizio anni cinquanta, quando non lo so, e poi di stagione in stagione butto la vecchia tessera». Sacrilegio ma vabbé, ognuno è padrone di se stesso. Nel 2007 s’é tolto lo sfizio d’essere il primo all’apertura delle sottoscrizioni.


«A 6 ANNI LA PRIMA TESSERA»

Andiamo avanti, la classe 1943 è occupata da Pietro, il figlio, anche lui alla pallacanestro molto presto, «dai sei anni e abbonato dai diciotto, grande papà che mi ha sempre finanziato, anche quando ho iniziato a lavorare!». Proseguendo ecco lady Vittoria Baldissera, «milanese, segretaria del dottor Colli dal primo febbraio 1957, varesina e abbonata con convinzione dal 1969»; in verità lo chiama anche «il professore» e la sedentarietà evidentemente l’annoia: «Amo tutti gli sport, soprattutto quelli di squadra». L’ultimo gancio è per Enrico junior, figlio di Pietro nato nel 1992 in procinto d’iniziare la quarta allo scientifico («Non ne ho proprio»), il copione è un déjà vu: «Prima partita a sei anni, tessera da cinque». La chiosa a firma Pietro: «Non siamo praticanti ma maniaci!». Pure suo figlio Enrico, a parte il campetto, non ha mai tirato a canestro in una squadra: «Prima calcio e tennis, ora mi limito a guardare…». Insomma, tutto compreso qualcosa da raccontare c’è, e lo capirebbe anche quel falco di mister Magoo osservando la situazione in penombra.

«ULTRAVARESINO E PIONIERE DEL MITO»Enrico Colli senior è nato «dove adesso c’è il Coin», nell’allora via Garoni diventata Vittorio Veneto dopo la grande guerra, per celebrare la battaglia di fine 1918 coincisa con il collasso dell’Austria-Ungheria. Per definirsi conia il neologismo «ultravaresino» ed esibisce anche una foto del 1882 in «cui si vede il palazzo»: uno spicchio di Varese graffiti, quando il monumento al Milite Ignoto del viggiutese Enrico Butti stava in

piazza XX settembre davanti al Politeama Ranscett, quello originale andato a fuoco. A casa Colli le porte della storia sono spalancate, pallacanestro compresa: «Il primo campo di gioco in terra battuta era in via Parravicini, nella sede natale della Società Varesina di Ginnastica e Scherma, un’istituzione sociale in una città sportivamente ancora vergine». Con motivate punte d’orgoglio: «Vedete, io c’ero tra i pionieri, la Pallacanestro Varese nel 1945 è nata con me».


«L’AUTOCANESTRO DEL REAL: CHE STORIA»
Rosario cestistico, Enrico Colli sgrana ad arte alcuni «pionieri della prima ora. C’era un certo Zucchi, parrucchiere in corso Matteotti, i fratelli Giorgi, i Giobbi». Salto in alto, flash sulla prima sponsorizzazione, la Storm del 1955: «Il negozio Nisca aveva la rappresentanza sulla firma Storm, abbigliamento. Voleva farsi pubblicità ed ecco un’intuizione storica: mettere il nome sulle maglie di quello che stava diventando il gioco più seguito in zona». Avanti quindi con «i pionieri della seconda ora: Checchi, Gualco, Clerici, Marelli e molti altri. Con loro abbiamo riempito la Casa dello Sport di via XXV Aprile, dove vincemmo il primo scudetto nel 1961 e giocammo la prima Coppa Europa l’anno seguente, quella chiusa ai quarti con il Real, dopo che a Varese persero apposta con l’autocanestro». L’autore, tale Alocen, fidandosi del ritorno in casa lo realizzò per evitare i supplementari dove le cose potevamo mettersi male. Il fatto fece inserire nel regolamento la non ammissibilità del gesto.


«A MASNAGO CI SENTIVAMO SIGNORI»
Il 6 dicembre 1964, con Ignis – All’Onestà Milano 78-64, venne inaugurato il Lino Oldrini, in onore del sindaco che ne volle l’edificazione, uno con la vista lunga che nel 1957 lanciò pure l’idea della cittadella delle scienze a Campo dei Fiori: «Ci sentivamo dei signori, era maestoso, avveniristico». Il salto dalla Casa dello Sport si sente, voce a Pietro, allora poco più che ventenne: «In via XXV aprile un caldo terribile e tremava tutto, la balconata con su mille persone non la scorderò mai. A Masnago abbiamo sempre avuto lo stesso posto: prima fila dei distinti ora tribuna est. Ci mettemmo poco a riempirlo tutto, tanto che nelle partite di coppa non potevi arrivare tardi, pena l’impossibilitò a percorrere le scale coperte di gente. Avete presente la finale scudetto 1999? Ecco, è stato così per dieci anni di sfide con Armata Rossa, Maccabi o Real».

«CON I SOLDI CHE HA, VESCOVI UN GENIO»
Zigzagando. Enrico senior: «I tiri dall’angolo di Bisson e da lontano di Zanatta». Pietro: «La stella e Dino Meneghin imberbe. Dicevamo “ecco, è arrivato due palloni e cinque falli. Ma dove vuoi che vada”. Aveva ragione lui». Vittoria: «Morse, Raga e la bellezza di Flaborea». Una puntura di femminilità non guasta. Enrico junior: «La promozione dell’anno scorso». Beatà gioventù, a cui viene in soccorso babbo Pietro: «La sera dello scudetto 1999 non era con noi al palazzetto, andammo a prenderlo a casa subito dopo per la festa, non poteva perdersi quella notte». Nostalgia portaci via, altro che Paolo Conte con Messico e Nuvole! Fortuna che la pallacanestro ha le gambe solide, seppur tra alti e bassi resiste ed esiste, insieme ai Colli chiaro, una storia vera principessa prigioniera del suo film: a quello spaghetto di Enrico junior, copia fisica di babbo e nonno, serviranno spalle larghe, il dna c’è. Postilla, quest’anno? Pietro: «Vescovi, con i pochi soldi che aveva a disposizione, è stato un genio».

a.confalonieri

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