Una luce per i malati di Alzheimer. Non è più la famiglia a pagare le cure

Precedente storico - Il tribunale dà ragione ai parenti di una paziente ricoverata

– Il tribunale di Varese, con sentenza del giudice Olivia Condino, ha stabilito che la retta di degenza per i malati di Alzheimer che ricevono anche cure sanitarie all’interno di una Rsa non può essere richiesta ai familiari del degente, nel caso in cui la persona ricoverata non sia in grado di coprire interamente la spesa della retta prevista. «Si tratta di un’importante vittoria per la tutela dei malati di Alzheimer e per i loro familiari», commenta , presidente di Confconsumatori Varese. Infatti, é stato proprio grazie all’intervento legale di Federconsumatori che i figli di un’anziana donna, affetta dal morbo di Alzheimer, hanno potuto vincere la causa.

Ma andiamo con ordine. Un’anziana signora malata di Alzheimer, e ricoverata in una Rsa della nostra provincia, non era in grado di coprire l’intera retta prevista per il suo ricovero con la sua sola pensione. «Mia mamma non poteva più essere curata a livello domiciliare – spiega la figlia – Così siamo stati costretti a ricoverarla in una Rsa perché avesse non solo le cure di assistenza necessarie, ma anche quelle sanitarie». Queste strutture specializzate hanno, in alcuni casi, rette con costi elevati. Quando un paziente affetto dal morbo di Alzheimer viene ricoverato, anche i familiari devono firmare una clausola nella quale si precisa che se il ricoverato non è in grado di coprire la retta mensile prevista per le cure, allora devono interviene economicamente i familiari più prossimi. «Questo sulla base dell’articolo 433 del codice civile – spiega l’avvocato di Confconsumatori, – che è quello che parla del l’obbligo del versamento di alimenti. C’era già stata una sentenza della Cassazione del 2012 che aveva ribadito che, nel caso di persone anziane affette dall’Alzheimer, le spese non potevano essere poste a carico dei familiari sulla base delle obbligazioni alimentari, ma che dovevano essere a carico del sistema sanitario nazionale, trattandosi anche di cure sanitarie e non solo assistenziali».
Così, cinque anni fa è iniziata la battaglia legale di Confcosumatori Varese per conto dei figli della donna ricoverata e della Rsa che ospitava la malata di Alzheimer.

«La pensione che la donna percepiva non era sufficiente per coprire la retta – continua l’avvocato Soattini – Così, la Rsa ha chiesto ai familiari di coprire la differenza, presentando un conto di 9.536 euro e 20 centesimi. I familiari si sono rivolti a Confconsumatori perché non in grado di sostenere questa spesa e noi ci siamo opposti a questa richiesta».
Intanto, la Rsa ha fatto ricorso per il recupero del credito. «Noi ci siamo opposti al ricorso e, proprio nei giorni scorsi, è arrivata la sentenza del tribunale di Varese nella quale ci è stata data ragione: trattandosi anche di cure sanitarie, la Rsa non può rifarsi sui familiari più stretti. La differenza non pagata della retta di ricovero della paziente deve essere posta a carico del sistema sanitario nazionale e, di conseguenza, dell’Ats locale di riferimento»
Il caso varesino, quindi, fa da apripista. «Mi auguro – commenta la figlia – che questa lunga causa, finalmente vinta, possa servire anche ad altri familiari che come noi hanno vissuto l’incubo di questo terribile morbo. A volte si pensa che queste associazioni non possano fare molto: la mia esperienza, invece, mi ha dimostrato il contrario. Il risultato ottenuto è merito dei professionisti che operano in Confconsumatori Varese e della loro determinazione».