Una testimonianza-choc “Ho rischiato di morire di epatite”

GALLARATE Una mezza pastiglia di ecstasy, anzi «due quartini», la voglia di trasgredire, che «tanto per una volta non succede niente». E invece Giulia, dopo una settimana, è finita al Niguarda con un’epatite fulminante. Si è salvata grazie alla morte di Alessandra, una ragazza di due anni più grande, che le ha donato il suo fegato. Questa la storia che la diretta interessata ha raccontato ieri mattina, al teatro Condominio-Gassman, di fronte a centinaia di studenti, ragazzi della seconda e della terza classe delle scuole secondarie di primo grado «Majno-Cardano». Tutto inizia nel 2000, Giulia Benusiglio ha 17 anni. Un giorno le capita fra le mani un opuscolo informativo del ministero della Salute, un depliant che spiega come comportarsi in caso di assunzione di stupefacenti. Per l’ecstasy il consiglio è quello di bere molta acqua e sciacquarsi continuamente il volto e i polsi. Poco male: una sera, in discoteca, la giovane e i suoi amici decidono di provare.«Una piccola trasgressione», le sue parole, «ho preso due quartini per ridurre ulteriormente il rischio». Cinque, forse sei ore di euforia. Ma già il giorno dopo iniziano i primi sintomi di un male che ha rischiato di ucciderla. Prima mal di stomaco, quindi svenimenti, infine formicolio alle gambe. A un primo controllo in ospedale la credono anoressica. E lo stesso penseranno qualche giorno più tardi, una settimana dopo aver assunto la droga, quando la giovane torna al

pronto soccorso con gli occhi e la pelle gialli, sintomi di un problema al fegato.Uno dei momenti più difficili è stato quando in ospedale arrivano i suoi genitori. «Mi hanno guardata sgranando gli occhi, chiedendosi dove avessero sbagliato», racconta Giulia, «ma il fatto è che loro non hanno sbagliato nulla». Oggi quella ragazza ha 27 anni e non ha problemi ad ammettere il suo errore. Un errore che tuttora sta pagando caro. Quando si è decisa ad andare in ospedale, le rimanevano poche ore di vita. Il fegato, distrutto dall’acido, era ormai in necrosi. Solo il caso, il destino, lo si chiami come si vuole, ha messo sulla sua strada Alessandra, la «mia musa ispiratrice» la definisce oggi Giulia. Si tratta di una ragazza, all’epoca 19enne, morta in un incidente stradale. Ci sono volute 17 ore per completare il trapianto del fegato, altre cinque qualche settimana dopo per ridimensionarlo, visto che si trattava di un organo troppo grosso la giovane. Quindi un mese e mezzo di terapia intensiva. Ma ancora oggi questa ragazza paga per quella mezza pastiglia di ecstasy. Ogni raffreddore può degenerare in qualcosa di peggio, ogni giorno assume farmaci salvavita, tutti i mesi effettua visite di controllo in ospedale grazie alle quali ha scoperto e curato in tempo un tumore all’utero. «Dieci anni di calvario per essermi divertita per cinque ore: direi che non ne è valsa proprio la pena».Riccardo Saporiti

s.bartolini

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