Una trasferta di lavoro là dove si scrive la storia. «È la democrazia, baby»

Paolo Chinetti ha seguito la diretta in un bar del Michigan

A volte viaggiare per lavoro ti offre la possibilità di avere un posto in prima fila per qualche avvenimento importante, addirittura storico.

Non saprei come classificare questo specifico giorno, ma trovandomi in Michigan il giorno delle elezioni presidenziali americane più discusse degli ultimi anni, posso dire che l’atmosfera è quelle delle grandi occasioni. Tutti gli amici e colleghi concordano sul fatto che mai prima d’ora un evento di natura politica avesse così tanto polarizzato l’opinione pubblica americana. C’è molto stupore per il livello di conoscenza che

di queste elezioni abbiamo in Italia. Spesso, nei dialoghi, lo stupore lascia lo spazio ad un pizzico di imbarazzo. Moltissimi ritengono, come riportato anche dalla stampa di casa nostra, che l’andamento di questa campagna sia stato proprio “Embarassing”, imbarazzante. Avrebbero forse preferito meno esposizione, anche se, va detto, l’interesse verso ciò che sia pensa degli USA fuori dai confini nazionali è sempre molto basso.

Ciononostante c’è preoccupazione fra i più senior per gli strascichi che questo modo di affrontarsi politicamente lascerà, come se in qualche modo alcuni delle garanzie minime, dei paletti del fair play democratico, siano saltati (questo pare ovvio) e si tema non possano più essere ripristinati. Come a dire “C’è in ballo qualcosa di più delle elezioni in corso”. Si parte dunque, siamo anzitutto in uno “Swing State”, uno degli stati dove, cioè, non si sa con certezza a chi andranno i voti degli elettori, ma tutti i fari sono puntati su Ohio e Florida i due grandi incerti. Tutte le TV sono massicciamente presenti, i loro seggi chiudono alle 19.30 e 20.30 locali. Essere uno swing state comunque è già molto “Cool”. Certo, mi sarebbe piaciuto essere in un “Bellwether state” ovvero uno “Stato Montone”, uno di quelli il cui risultato coincide con quello delle elezioni. Il Nevada,mi spiegano, ha avuto risultati coincidenti in nove delle ultime dieci elezioni. Non c’è nesso causale, ma non mi pare il caso di addentrarmi nella discussione, c’è già abbastanza agitazione e le persone hanno bisogno di certezze.

Il mio osservatorio per la parte iniziale della grande serata è il Silver Harbor, un birrificio ristorante che, come mi assicura Mike uno dei proprietari, verrà convertito da Sports Bar a Election bar per l’occasione. In effetti due dei tre schermi panoramici sono sintonizzati su CNN ed ABC, mentre il terzo trasmette una partita di Football perché il Football è pur sempre il Football. Dopo un lungo conto alla rovescia, alle 18.30 arriva la prima chiusura dei seggi. Lo stato conservatore del Kentucky trasmette i primi numeri e…Trump è in grande vantaggio. Un cliente che mi farà compagnia in tutta la serata, Clintoniano, mi rassicura dicendo che tipicamente i seggi rurali ultra conservatori sono quelli che chiudono prima e che pertanto si devono attendere le grandi città, presumibilmente più cosmopolite (sempre in termini relativi parlando del Kentucky), per capire il vero andamento. Registro questa nota con grande serietà, non sapendo che sarà la prima di una lunga serie di spiegazioni che mi darà mano a mano che la realtà prenderà una piega completamente diversa. Quando CNN chiama la sua prima “Allerta importante” alle 19 l’attenzione si sposta sulla Florida, stato in bilico per eccellenza.”Se Clinton si aggiudicasse lo stato, Trump dovrebbe praticamente vincere in qualsiasi altro stato per rimanere a galla”. Il “Mood” è quello di una potenziale serata breve: Clinton prende la Florida e andiamo tutti a casa sereni.Proprio così. Alle 19.25 i primi dati. Grandi ribaltamenti di fronte nelle ore successive, ma alle 23.30 cade la Florida e subito dopo l’Ohio. A questo punto il sentimento è totalmente diverso. Gli sguardi tradiscono tensione e “Questo non l’avevamo previsto” comincia ad essere la frase più ricorrente. Mentre la notte avanza, la mappa degli USA diventa totalmente rossa, ovvero repubblicana. Si sente l’anima repubblicana risvegliarsi nel locale, anche il livello di rumore sta salendo. Alla chiusura del bar, la situazione appare già molto compromessa.

Do appuntamento al giorno dopo a Mike e proseguo in hotel la nottata. Alle 2.00 la competizione è virtualmente finita, scambio messaggio con i miei ex compagni di scuola sparpagliati per tutto il mondo, ipotizzando scenari futuri. Clinton manda tutti a casa e crea la sensazione che non concederà la vittoria a Trump, CNN è in fiamme, sarebbe uno sgarbo intollerabile. Ma alle 2.30 si viene a sapere che Hillary ha chiamato Donald per congratularsi. Gli anticorpi democratici di questo grande paese stanno già entrando in circolo. Quando incontro Mike e Doug questa mattina i loro commenti mi sorprendono. «Sono solo felice che sia finita, è stata una campagna troppo feroce per il paese» mentre Doug sottolinea come «Questa è la forza degli Stati Uniti, si sono insultati per un anno e mezzo, ma alla fine tutto si chiude con una telefonata, per il bene del paese». Elogi arrivano anche per il pacato discorso di Trump, in questo momento la borsa sta salendo. Forse una cosa relativa a queste elezioni Barack Obama l’ha azzeccata: «Comunque vada, il sole sorgerà ancora domani». Ed infatti il sole ora splende, cosa potrà accadere da qui in poi è difficile da immaginare, continuo da italiano ad amare questo grande paese. Non ho le competenze di politologo per prevedere cosa possa succedere da oggi in poi. Ma a giudicare dai volti e dai discorsi in TV, sono in ottima compagnia.