Univa, Brugnoli dà coraggio Insieme possiamo farcela

BUSTO ARSIZIO Ecco la relazione pronunciata oggi dal presidente dell’Univa Giovanni Brugnoli, all’assemblea generale.

Autorità, cari colleghi, signore e signori,
ci troviamo dopo un anno in cui abbiamo trattenuto il respiro. Abbiamo attraversato e stiamo ancora attraversando una delle crisi più pesanti che il capitalismo ricordi”. Nel 2010, con queste parole, iniziava la relazione del Presidente Michele Graglia. Voglio ripartire da lì, da dove ci eravamo lasciati ormai due anni fa, per sottolineare quanto quelle parole fossero preveggenti e quanto esse siano, ancora oggi, e forse a maggior ragione proprio oggi, del tutto valide e attuali.
Nell’anno appena trascorso abbiamo assistito e vissuto, come Paese, cose che difficilmente saremmo riusciti ad immaginare per l’intensità e la drammaticità degli eventi politici ed economici.
Il 2011 ha segnato la chiusura di alcuni cicli e l’archiviazione di molte certezze che avevano accompagnato la crescita dell’economia italiana ed internazionale.
In Italia si è chiuso il ciclo politico iniziato negli anni Novanta. Un ciclo caratterizzato dalla polarizzazione della rappresentanza e dall’affermarsi di un dualismo imperfetto.

Non è stata una chiusura indolore. Anzi una fine in alcuni momenti traumatica, accelerata e spinta anche da eventi e forze esterne.E’ stata, ed è, una chiusura travagliata.Siamo un Paese che fa tutto con passione. E la passione, quando esplode non trova barriere. È questa la nostra forza.  Èquesto il nostro limite.Dobbiamo evitare le tentazioni di un facile giustizialismo. Razionalismo, buona volontà e sincerità di intenti devono avere il sopravvento. Cionondimeno, sono convinto che sia necessario cambiare passo, che serva rimarcare una linea di discontinuità. Sono convinto che le difficoltà di questo periodo, così travagliato, siano il prezzo da pagare perché il Paese possa avviare un rinnovamento radicale ed una

riflessione in grado di riavvicinare i cittadini, ed in particolare i giovani, agli ideali ed ai sentimenti che sono la radice del nostro stare insieme. Sono convinto che tutti noi siamo disposti ad accettare di pagare uno scotto pur di vedere rigenerarsi le forze in grado di traghettare il nostro Paese verso un nuovo ciclo che rimetta al centro il bene comune, che riesca a rifondare il contratto sociale basato sull’eliminazione di sprechi e privilegi, sul ripristino dei concetti di equità e rigore. Un nuovo ciclo che consenta di recuperare quella spinta ideale che è alla base di una sana Politica nel senso lato del termine. Tutti insieme, nessuno escluso.

Insieme, per tornare a crescere e, quindi, ad avere un’immagine positiva di noi stessi, del nostro Paese. Insieme, per contare di più nel mondo, a partire dall’Europa.

Ciò che è successo all’Italia non è slegato da ciò che è accaduto anche in Europa, dove la gravità della crisi internazionale ha messo in luce un sistema di governo troppo frammentato e non equilibrato. In cui hanno avuto buon gioco non tanto le rappresentanze, quanto il peso di alleanze.
Abbiamo visto anche quest’anno un’Europa che ha dimostrato di aver ancora bisogno di crescere politicamente per poter esercitare un ruolo proattivo in momenti di crisi come quello che stiamo attraversando. Ed in queste settimane, alla luce dei nuovi equilibri, ho un solo augurio da fare a tutti noi: quello che possa venir garantito il processo di maturazione politica europea, così necessario in un momento delicato come quello attuale.
L’Europa deve essere unita e coesa, solo così i Paesi che ad essa appartengono possono sperare di contare maggiormente, insieme, nel mondo.

L’anno appena trascorso è stato caratterizzato anche dal manifestarsi, in tutta la sua evidenza, della fragilità di un paradigma economico. Un paradigma che per decenni aveva creato un collegamento virtuoso tra manifattura e finanza. Tra capacità di produrre e capacità di generare capitali per produrre.

Un paradigma che a partire dal 2008 è entrato in crisi con l’affermarsi di quella che alcuni già chiamano la “Terza globalizzazione”, dopo il Rinascimento e dopo la Rivoluzione industriale.

Un paradigma in cui i rating attribuiti in qualche grattacielo di New York sono stati in grado di provocare terremoti economici e sociali dall’altra parte del mondo. E, nell’altra parte del mondo, nel 2011 c’eravamo noi!
Ora si tratta di riconciliare una finanza, non più esasperata, con l’economia reale, perché solo l’economia reale è in grado di produrre valore sano e duraturo per il sistema.

Con ciò non voglio trovare giustificazioni a quella che è sicuramente stata una nostra grave, gravissima, mancanza: l’esserci presentati all’appuntamento con una delle crisi economiche internazionali più gravi della storia senza avere i conti in ordine. Anzi, in grave disordine. Ma desidero sottolineare come le dimensioni e le caratteristiche di questo momento economico e storico siano del tutto eccezionali e che per affrontare la “Terza globalizzazione” servano strategie, strumenti e comportamenti anch’essi eccezionali, ossia radicalmente diversi da quelli del passato.
Ognuno di noi – politici, lavoratori, sindacalisti, giovani, imprenditori, ma anche amministratori pubblici, banchieri, cittadini – è chiamato a fare conti con un cambiamento radicale di prospettiva ed ognuno di noi deve imparare a confrontarsi con la cifra del nostro futuro: la complessità.

Non è un luogo comune o una figura retorica affermare che siamo nell’era della complessità. Lo hanno sostenuto eminenti economisti, ma soprattutto lo stiamo vivendo sulla nostra pelle e sulle nostre scelte: la complessità è il compagno di viaggio, a volte ingombrante, ma a volte sorprendente.
La complessità è un cubo di Rubik che ha molte facce, molti colori, molte scelte possibili.

C’è una complessità sulla quale la politica è chiamata a misurarsi nell’immediato.
È, in primo luogo, quella della burocrazia e della pubblica amministrazione: la pletora di atti, consensi, autorizzazioni, permessi e procedure che complicano la vita e la dinamica delle imprese e dei cittadini.

E non posso che apprezzare, fin dall’inizio di questa relazione, il fatto che il nuovo Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, abbia posto proprio in una concreta, reale e convinta semplificazione una delle priorità della sua azione.

L’altra faccia della complessità che la politica deve affrontare è il governo del debito. Un problema dalla genesi tutt’altro che recente – risale agli anni della maturità dei nostri padri – ma che dopo essere stato rinviato per decenni è arrivato a esasperazione nel periodo peggiore, quando l’addensarsi delle nuvole della crisi finanziaria sull’Europa ha costretto l’Italia ad adottare politiche e misure di emergenza.

In questo scenario il Governo “tecnico”, che il Presidente Giorgio Napolitano ha affidato alla guida di Mario Monti, si è reso indispensabile per evitare che l’Italia potesse diventare il detonatore di una nuova grande crisi. Pericolo che, per ora, si è allontanato, ma che non è stato del tutto scongiurato.
Per troppo tempo infatti si è sottovalutato il problema del debito.
Ciò che ci preoccupa maggiormente non è solo il suo ammontare complessivo, quanto piuttosto i fenomeni ed i comportamenti con i quali esso si è generato. Profonda e prolungata sperequazione, tolleranza verso sperperi e privilegi, disattento controllo sulle forme di spesa, evasione fiscale: questi i principali motivi che stanno alla base anche della crisi di fiducia nel sistema da parte dei cittadini. Per questo sono urgenti scelte e rimedi radicali.

Siamo arrivati ad una situazione al limite della accettabilità, anche con riferimento al carico fiscale, tra i più elevati al mondo, che grava sui dipendenti e sulle imprese e, quel che più preoccupa, un carico fiscale in grado di soffocare la spinta al consumo e all’investimento, elementi fondamentali per la crescita. Un peso che non è più immaginabile aggravare ulteriormente e che richiede anzi una pronta inversione di tendenza.
Ciò che ha fatto il Governo fin qui per mettere in sicurezza i conti dello Stato, è stato necessario e credo che gli italiani l’abbiano capito.
Ciò che invece è parsa stridente e insopportabile, ogni giorno che passava, è stata la mancanza di un’efficace azione sul fronte della spesa pubblica, un’altra delle complessità che ci accompagnano, pur con le necessarie distinzioni.

Generalizzare sarebbe infatti ingiusto nei confronti dei tanti dipendenti pubblici che svolgono il proprio lavoro con serietà e con impegno, perché se è vero che vi sono sacche di inefficienza nel settore pubblico è altrettanto vero che è un inaccettabile paradosso che vi siano sprechi come quelli ai quali ci hanno abituato le cronache degli ultimi tempi, mentre in molti ambiti, a partire da quelli preposti a garantire la sicurezza dei cittadini, mancano le risorse necessarie.
Infine, l’ultimo e senz’altro il più difficile aspetto della complessità che ci accompagna: la crescita. Ricreare le condizioni affinchè il Paese possa ripartire è la grande sfida che ci attende. E l’attenzione che in questa assemblea vogliamo dedicare ai temi dell’apertura internazionale va nella linea di cercare tutte le possibilità concrete per rimettere la nostra economia su questa strada.

Questi sono gli enormi gap da recuperare.

La complessità riguarda i giovani, che debbono inventarsi un nuovo futuro.
Chi di noi ha figli in giovane età sente il peso di una generazione nata sotto l’auspicio di una crescita senza limiti, di un benessere dato per acquisito e che ora si affaccia al mondo del lavoro con prospettive ben differenti. Una generazione verso la quale il Paese – tutti noi – abbiamo un impegno: quello di creare nuove opportunità.

Una generazione che dobbiamo aiutare a non scoraggiarsi, ma soprattutto a proiettarsi in un orizzonte vasto. In questa prospettiva, un ruolo basilare è ricoperto dalla scuola, dalla formazione continua, dall’alta formazione.
I giovani sono il nostro cruccio, ma anche la nostra principale speranza. Dobbiamo allevare una generazione di migranti di idee, di traghettatori di cambiamento.
Ma la complessità coinvolge tutti, soprattutto lavoratori e cittadini. Riguarda in modo particolare chi è in cerca di lavoro. Un tasso di occupazione limitato, che penalizza i giovani; una disoccupazione crescente; aspettative che non si avverano, sono temi di scottante attualità.

In questo scenario la riforma del mercato del lavoro è forse la più scomoda di tutte le riforme perché ricade trasversalmente su tutti noi ed è quella con il più elevato impatto sociale. Va ad incidere sui rapporti di lavoro: modificando comportamenti e cambiando le prospettive di ciascuno. Ed inoltre è costretta a farlo nel peggiore dei momenti possibili, incalzata da una crisi protratta nel tempo che sta lasciando segni ben visibili anche sul nostro territorio, dove il tasso di disoccupazione nel 2011 è raddoppiato rispetto al livello considerato per tanti anni fisiologico.

Questa riforma sarà tanto più efficace, posto che l’obiettivo è far crescere l’occupazione, quanto più saprà creare condizioni per facilitare la necessaria flessibilità in ingresso, evitando gli abusi, garantendo così maggiori opportunità, in particolare ai giovani, ma anche alle imprese, mettendole nella condizione di crescere con le risorse umane più idonee.
Una riforma che agevoli la mobilità delle persone e la loro occupabilità.
La complessità, infine, ci coinvolge come imprenditori. Nella nostra dimensione di sfida quotidiana per trovare nuovi prodotti, per scoprire nuovi mercati e, in questo anno, lasciatemelo dire, sempre più nel cercare i finanziamenti necessari per svolgere la nostra attività. Perché la caccia ai capitali in tempi di incertezza, nei quali il rapporto fiduciario tra banca e impresa è andato incrinandosi, è diventata nostro malgrado una vera incognita. Puoi avere le migliori idee. Puoi avere i migliori uomini. Puoi avere i migliori mercati. Ma se oggi non hai i capitali per resistere ai ritardi nei pagamenti, alle impennate del costo delle materie prime, alla volatilità degli ordini, sei sottoposto ugualmente ad un rischio, che a volte può risultare drammaticamente insostenibile.

È una complessità che mai come oggi porta con sé un’enorme responsabilità.
Ma non possiamo dimenticare che la complessità dell’attuale dinamica economica offre tuttavia opportunità che possono essere colte dal sistema delle imprese.

Lo scorso anno avevamo sottolineato con forza come l’animo degli imprenditori è comunque quello di una fiducia convinta e costruttiva.
“Crederci”, lo ricorderete, era stato il filo conduttore dell’ultima assemblea. Un messaggio che anche oggi possiamo ripetere.
Crederci, non per la fredda retorica del senso del dovere, ma perché abbiamo la serena convinzione che sia possibile e necessario sfruttare le occasioni che anche una crisi così profonda può offrire.

Crederci, perché continuiamo ad aver fiducia in un sistema-Paese di cui riconosciamo non solo i difetti, ma anche le grandi potenzialità.
Crederci, perché il recupero della credibilità internazionale e il maggiore equilibrio di fondo ritrovato sui mercati finanziari indicano come sia possibile, anche se certamente non facile, ripartire.

Se tutto ciò è vero e se vogliamo, come vogliamo, sfruttare ogni possibilità di crescita, dobbiamo in primo luogo, tutti insieme, concorrere per attuare quelle riforme delle istituzioni e quegli interventi nell’economia che permettano di liberare risorse per creare nuove opportunità di sviluppo. Dobbiamo riorganizzare l’assetto istituzionale ripensando ai meccanismi elettorali ed agli assetti costituzionali. Dobbiamo tornare a far crescere la produzione interna e nel contempo imparare a guardare al di fuori delle nostre frontiere. Dobbiamo combattere all’interno i consumi stagnanti, il carico fiscale soffocante, la fiducia ai minimi termini, la pubblica amministrazione che investe poco e paga ancora meno. Dobbiamo proseguire con convinzione nei percorsi di liberalizzazione e privatizzazione. Abbiamo bisogno di una giustizia più celere, di una certezza delle regole e di un credito che restituisca respiro ai progetti d’impresa.
Dobbiamo rifuggire la trappola del vittimismo. Dobbiamo ricordare che l’Italia è l’ottavo Paese esportatore al mondo. E’ il Paese delle tante nicchie di eccellenza produttiva, dei prodotti Belli e Ben Fatti che hanno grande potenziale di mercato. Il Paese delle tecnologie e del sapere. Il Paese del successo della creatività, come abbiamo sperimentato recentemente in occasione del Salone del Mobile. E’ il Paese degli uomini capaci. La nostra prima e principale risorsa.

È italiano il ricercatore che a Genova ha realizzato il robot a cui Angela Merkel ha stretto la mano al Salone di Hannover.

È italiano Mario Draghi, il Presidente della BCE. Sono italiani i tanti manager a capo di multinazionali ed i direttori di centri di ricerca sparsi ovunque nel mondo. E molti altri sarebbero gli esempi.
Dobbiamo però tornare ad avere l’orgoglio di ciò che siamo, di ciò che rappresentiamo, delle nostre migliori qualità che ovunque ci vengono, singolarmente, riconosciute.
Ognuno può fare molto nel proprio campo e nel proprio ruolo. Dall’economia, alla politica, alla società civile.
Abbiamo tre grandi cambiamenti davanti a noi che diventano altrettante sfide e che riguardano i mercati, la tecnologia, la finanza.

Sappiamo che sono cambiati i nostri mercati, dobbiamo fare i conti con concorrenti nuovi e diversi.

Non è solo la Cina che è entrata a far parte del sistema mondiale degli scambi: è una costellazione di Paesi che sono diventati produttori, innovatori, finanziatori in un traffico spesso frenetico e incontrollabile.
Ci sono i Brics, ma ci sono tante altre dimensioni economiche che spingono con forza verso nuovi equilibri e nuove integrazioni: tutta l’area asiatica, dal Giappone alla Corea, da Singapore al Vietnam. C’è tutta l’America Latina, che sembra avere imboccato la strada della stabilità politica e dell’apertura costruttiva verso il resto del mondo. C’è il Nord Africa, che dopo l’ondata libertaria si affaccia di nuovo all’economia del Mediterraneo.
Ci sono i Next Eleven (N11), gli undici Paesi che nei prossimi anni diventeranno protagonisti nel nuovo scenario globale: Bangladesh, Corea del Sud, Egitto, Filippine, Indonesia, Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Turchia, Vietnam.

C’è uno spostamento della dimensione manifatturiera e industriale verso i Paesi emergenti e verso l’Est.

I Paesi emergenti hanno ancora uno spazio limitato nelle nostre esportazioni. Ma sono anche quelli dove i tassi di crescita dell’export italiano sono stati negli ultimi anni particolarmente significativi e da cui proviene una forte domanda di beni di investimento, quindi di tecnologie avanzate, di impianti, di macchine utensili, di strumenti di controllo e misura.
Cose queste, e non le sole, che noi sappiamo fare bene.

E sono diverse le strade che aprono le porte a sempre maggiori collegamenti internazionali. Stiamo vivendo infatti una rivoluzione tecnologica che sta cambiando non solo i nostri parametri aziendali, ma anche le nostre abitudini quotidiane.

La tecnologia del presente non è più solo automazione produttiva, ma è anche una tecnologia di comunicazione e relazione, in grado di abbattere barriere fisiche, di superare distanze, di riarticolare filiere di fornitura ovunque nel mondo.

È con questa nuova sfida competitiva che ci dobbiamo confrontare perché, esaltando i processi tecnologici di comunicazione e di produzione, l’innovazione rimetta al primo posto il ruolo dell’imprenditore, la sua creatività insieme alla capacità di relazione, il suo spirito organizzativo insieme alla capacità di analisi della realtà e dei mercati.

E poi la finanza. Una finanza che sino all’avvento della crisi era bastata a se stessa, alimentando soldi a mezzo soldi. Di seguito, un lungo periodo in cui la liquidità è venuta meno. Ora stiamo invece vivendo una condizione paradossale in cui, pur in presenza di un ritorno di risorse finanziare nuove, continua a persistere una scarsa liquidità per il sistema economico e per le imprese.

In questa situazione di cambiamento le imprese italiane hanno punti di forza e punti di debolezza.

Da una parte la tradizione manifatturiera, la flessibilità produttiva, la capacità di adattamento ai nuovi mercati, la dimensione creativa. La fama di produttori accurati e di qualità, in qualsiasi campo dall’effimero al tecnologico.

Dall’altra la perdita di produttività e competitività, una dimensione a volte insufficiente, il peso degli oneri impropri e delle incombenze amministrative, l’inefficienza del sistema, lo scarso sostegno alla ricerca ed all’innovazione.
Senza dimenticare, come sappiamo molto bene, che il “Made in Italy” non è solo la moda, il lusso, il design: tutti elementi che comunque restano fondamentali nel sostenere l’immagine del nostro Paese.
Il “Made in Italy” è anche automazione, ingegneria, controllo numerico, comunicazioni digitali. Sono le macchine utensili di nuova generazione. Sono gli apparati in miniatura per i controlli di sicurezza. Sono le produzioni della chimica e della farmaceutica. Sono le materie plastiche bio-compatibili, frutto della ricerca nelle nostre imprese. Sono gli elicotteri e gli aerei che vincono commesse internazionali. O le motociclette che gli appassionati giudicano tra le più belle e performanti al mondo.

Il brand “Made in Italy” è il terzo marchio più noto al mondo dopo Coca Cola e Visa, e secondo un recente sondaggio di Kpmg, gli stranieri lo associano non solo, come era largamente prevedibile, all’estetica, alla bellezza, al lusso, ma anche a un elemento trasversale che merita di essere sottolineato: la passione.

E la passione è un ingrediente che possediamo, lasciatemelo dire, in quantità industriale, ma è un ingrediente che dobbiamo anche saper comunicare. E’ un enorme vantaggio per il sistema-Paese. La passione, lo abbiamo già ricordato, sono i nostri collaboratori che quotidianamente accettano con noi la sfida competitiva, sono gli italiani eccellenti nel mondo, che diventano i portabandiera delle nostre capacità, sono i nostri giovani, con il giusto entusiasmo verso un futuro, che dobbiamo aiutare ad inventarsi.
“Insieme per crescere nel mondo”, questo il titolo che abbiamo voluto dare al nostro incontro, un titolo che non vuole essere la soluzione, ma solo un passo all’interno di un cammino che non è iniziato ieri e non finirà domani.
Un passo fondamentale per affrontare le nuove prospettive di un sistema globale. Ed è una formula valida non solo per le imprese, ma anche per l’associazionismo, per la politica e per tutti i soggetti che si trovano a dover affrontare i nuovi scenari, la complessità ed il cambiamento, soggetti che possono e devono trovare nella crescita un unico obiettivo.

“Insieme” è innanzitutto un modo d’essere. Una nuova dimensione in cui riconoscersi. Lo è per le piccole e medie imprese, che possono avere la possibilità di competere riducendo i costi e massimizzando le opportunità.

Lo è per le grandi, che esercitano un ruolo di traino e si muovono attraverso logiche di filiera. Lo è per tutte le imprese, che guardano in maniera nuova alle aggregazioni di scopo per raggiungere obiettivi comuni altrimenti preclusi. Lo è per le associazioni, che possono valorizzare la loro natura di costruttrici di reti di conoscenza e di alleanze. Lo è per la politica, che deve riacquistare la capacità di dialogo e di collaborazione in nome della difesa del bene comune. Lo è per il sindacato, con il quale sul territorio da sempre abbiamo sperimentato e apprezzato una collaborazione costruttiva, ma che, più in generale, dovrebbe superare alcune frammentazioni e rendere più contemporanee alcune sue posizioni. Lo è per la scuola, che deve creare alleanze verticali per far sì che la filiera della formazione sia perfettamente integrata e adeguata alle esigenze del mercato.

“Per crescere”. La crescita è il nostro obiettivo. È il terzo stadio del rilancio del Paese, quello da innescare al più presto dopo aver messo in sicurezza i conti ed aver avviato sostanziali riduzioni di costi e di spese. Crescere per le nostre imprese vuol dire diventare più grandi, più solide finanziariamente, più competitive facendo più ricerca e innovazione, capaci di valorizzare le competenze e di esaltare le professionalità. Vuol dire acquisire nuovi mercati. Crescere per le nostre associazioni vuol dire rafforzare l’ambito della rappresentanza. Per la politica, assolvere al suo primo dovere, quello di garantire le condizioni per lo sviluppo ed il benessere, riacquistando credibilità e assicurando coesione sui temi veramente fondamentali per il Paese. Crescere per il sistema della finanza significa ridare adeguato credito all’economia, a quella che genera valore. Crescere per i cittadini, e soprattutto per i giovani, è riacquistare sicurezza nel sistema, fiducia nel futuro per tornare ad alimentare giusti progetti e aspettative, rimettendo in circolazione l’ottimismo.

“Nel mondo”. È il mezzo. Per le imprese significa internazionalizzazione, presidio e presenza nei nuovi mercati. Per le associazioni ricerca di nuove opportunità. Per la politica recuperare autorevolezza, rispetto e credibilità del sistema Paese e così incidere più adeguatamente nelle relazioni internazionali. Per il sistema economico è la possibilità più concreta e reale di rimettere in moto i meccanismi della crescita.

Ed è in questo scenario che vogliamo condividere con voi un’idea ed un cammino che coinvolge le nostre imprese. La loro vocazione all’internazionalizzazione è consolidata, ma ampi sono i margini di crescita. Abbiamo perciò deciso di avviare un progetto per rafforzare la loro presenza all’estero.
Un progetto per portare gli imprenditori che non hanno mai considerato di operare in nuovi mercati a toccare con mano che cosa i loro colleghi hanno realizzato e come si sono organizzati. Faremo missioni secondo modalità nuove. Visiteremo imprese di nostri imprenditori che racconteranno i problemi, i vantaggi, le esperienze vissute nel realizzare i loro stabilimenti anche in Paesi molto lontani. Un progetto quindi che metterà al centro la concretezza.

Con questo obiettivo, nei prossimi mesi visiteremo aziende “varesine” in Brasile e Cina per poi allargare nel tempo l’ambito d’azione ad altri Paesi come India, Polonia, Russia e Turchia.

In molti casi solo rafforzandosi all’estero un’impresa può crescere e mantenere e creare più facilmente posti di lavoro in Italia: lo dimostrano molte esperienze di imprese che hanno rafforzato qui le proprie strutture di ricerca, innovazione, produzione, marketing e servizi, creando stabilimenti produttivi dove, è vero, può esserci anche un minore costo del lavoro, ma soprattutto sono più leggeri gli oneri fiscali e gli impegni burocratici e più veloci le procedure amministrative. Ma l’esigenza fondamentale è quella di presidiare i nuovi mercati per rispondere in loco alla domanda che vi si genera. E unità commerciali e produttive all’interno dei mercati di potenziale sbocco sono comunque indispensabili in settori in cui i costi di trasporto sono significativi o in cui le politiche fiscali e doganali, che non permettono più come una volta la semplice esportazione, possono creare difficili barriere.

La diversificazione delle strutture produttive non è né da demonizzare, né da santificare, ma è una delle tante strade possibili, e in molti casi necessarie, per migliorare la competitività di un’impresa.
E’ una strada per giocare ad armi pari con i nostri concorrenti anche se non bisogna cadere nella tentazione di ritenere che tutto sia facile e immediatamente vantaggioso. Andare all’estero impone quella sana virtù che consiste nel saper misurare le proprie forze. Ma può essere più facile andare all’estero se sappiamo unirci in questo sforzo.
“Insieme” attraverso le aggregazioni di scopo, le alleanze tra imprese, la messa in comune di competenze diverse, di capitali finanziari e di conoscenze.
“Insieme” negli organismi di rappresentanza, come la nostra Unione, non solo come fornitrici di servizi e come lobby, ma anche e soprattutto per costruire uno scenario di consenso verso l’industria come elemento centrale dello sviluppo economico.
“Insieme” in una logica di sistema-Paese che sappia finalmente affiancare la tensione alla crescita degli imprenditori. Cogliendo anche tutti i sostegni che il sistema può offrire dal punto di vista finanziario, economico, formativo.
La strada della crescita internazionale non ci deve intimorire.

A tal fine, tuttavia, è doveroso sottolineare come il sistema–Paese possa e debba fare molto di più per crescere, nel suo complesso, nella dimensione globale.

È anche questo un punto importante: aprire le porte alla globalità vuol dire infatti anche rendere attrattivo il nostro territorio agli investimenti esteri: per rafforzare la struttura produttiva, per costruire nuove opportunità anche commerciali, per innescare meccanismi virtuosi di collaborazione sovranazionale.
Un elemento rilevante, in questa prospettiva, è, tra gli altri, quello dell’efficienza del sistema e della adeguatezza delle infrastrutture.
Una recente analisi della Banca Mondiale ha confrontato le performance logistiche dei maggiori Paesi, misurata sui tempi di esportazione/importazione, cioè sui giorni necessari per espletare le formalità doganali e commerciali e sui costi burocratici connessi.
Il Paese più competitivo per quanto riguarda costi e tempi delle operazioni commerciali è la Germania, con un costo complessivo di 1.800 dollari e un tempo di 14 giorni. L’Italia è la maglia nera, con un differenziale di 700 dollari e 24 giorni in più per svolgere le operazioni doganali.
 È anche in questo che si misura la competitività del sistema.

Così come la dotazione di adeguate infrastrutture energetiche, logistiche e di trasporto di un Paese e di un territorio, si traduce in capacità concreta di crescita. In tale logica voglio ricordare il ruolo che Malpensa può e deve rivestire, anche alla luce del Piano nazionale del trasporto aereo, che ci auguriamo possa una volta per tutte divenire lo strumento essenziale per valorizzare un asset che non è solo della nostra provincia. Dopo il de-hubbing ci aspettiamo il re-hubbing.
Facciamo in modo che scelte e progetti di crescita che si generano sul territorio e nel Paese siano sentiti come progetti comuni. Progetti per costruire alleanze, non progetti per segnare confini o coltivare competitività di corto raggio e miope visione.

 È questo il messaggio che vorrei trasmettervi.  È questa la sfida che abbiamo davanti.
“Insieme”, mai come in questo momento, è la parola chiave che tutti dobbiamo tenere presente.
L’Italia è un Paese più maturo di quanto si pensi. Molti oggi sono chiamati a sostenere pesanti sacrifici. Occorre fare tesoro e mettere a frutto questa disponibilità, che va letta soprattutto come consapevolezza della necessità di cambiamento.

Tutti dobbiamo capitalizzare la pazienza che gli Italiani stanno dimostrando in questo momento e trarne, però, le necessarie conseguenze, anche ad evitare il deteriorarsi del clima sociale.

Basta con le contrapposizioni ideologiche preconcette. Basta con le tattiche proiettate soltanto al proprio interesse di fazione. Basta tergiversare sulle scelte che il Paese chiede a gran voce.
L’interesse superiore esige che se una cosa va fatta perché è necessaria e giusta, la si deve fare con il concorso convinto e il sacrificio leale di tutti.
Da qui si deve ripartire.
Ritrovando l’orgoglio per le grandi risorse – uomini, passione, capacità – di cui continuiamo ad avere il primato.
Dimostrando il coraggio di avviare un ciclo nuovo con una politica che sappia rigenerare se stessa, senza timore di cambiare regole, uomini, istituzioni.
Continuando, da parte nostra, ad affrontare con tenacia il rischio di impresa, quel rischio che mai come oggi non è più solo teorico.
Potremo farcela?

La mia risposta è sì.
Perché – come sostiene Edgard Morin, intellettuale francese che ha attraversato un secolo e sa leggere la storia – “quando un sistema è incapace di risolvere i suoi problemi vitali, si degrada, si disintegra, oppure per risolverli si trasforma. Ed oggi esiste già, su tutti i continenti, un fermento creativo, una moltitudine di iniziative locali che vanno nella direzione della rigenerazione economica o sociale o politica o etica o di stili di vita”.
Qui siamo noi.

m.lualdi

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