Il giorno dopo la grande euforia, la strada verso la storica fine dell’embargo a Cuba appare decisamente in salita. E la realizzazione del sogno di Barack Obama e di milioni di cubani rischia di infrangersi su un Congresso americano ostile, che da gennaio sarà in mano alla destra. E di impantanarsi nelle sabbie mobili della prossima campagna elettorale per il 2016, quella che dovrà portare all’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti.
E mentre la Casa Bianca non esclude la possibilità che il leader cubano, Raul Castro, possa venire in visita a Washington per incontrare Obama, il pericolo che i tempi del disgelo possano essere molto più lunghi di quelli auspicati dal presidente americano è reale. Anche se Obama, che vorrebbe porre fine all’embargo entro la fine del 2016, ha il potere di agire su molti aspetti della vicenda anche senza l’autorizzazione del Congresso. Ma quest’ultimo ha a sua volta gli strumenti per bloccare, o almeno per ostacolare a lungo, la svolta: negando al presidente i fondi necessari per riaprire l’ambasciata a L’Avana, fare ostruzionismo sulla nomina dell’ambasciatore, votare contro la legge che dovrebbe facilitare i viaggi da e per Cuba, e ignorare tutte le altre richieste della Casa Bianca mirate alla completa rimozione dell’embargo.
E se il buongiorno si vede dal mattino, la feroce reazione dei repubblicani all’accordo raggiunto tra Washington e L’Avana per riallacciare normali relazioni diplomatiche fa prevedere uno scontro politico che durerà per mesi e mesi, inevitabilmente destinato a protrarsi per tutto il periodo della corsa alla successione di Obama. Non a caso i probabili candidati presidenziali sono stati tra i primi a reagire allo storico annuncio di Barack Obama e Raul Castro. Ed è già un duello a distanza tra Jeb Bush ed Hillary Clinton. «Siamo di fronte all’ennesimo passo falso
del presidente Obama e di fronte all’ennesimo drammatico abuso dei suoi poteri esecutivi», attacca l’ex governatore della Florida, molto legato alla comunità di esuli cubani in quello Stato. Solo due settimane fa aveva lanciato un appello per rafforzare l’embargo verso il regime dei Castro. Una linea radicalmente diversa da quella dell’ex segretario di Stato, che da almeno due anni va sostenendo la necessità di abolire un embargo che ha fallito nei suoi obiettivi: «La nuova linea – sostiene la Clinton – può incoraggiare vere e durature riforme a favore del popolo cubano».
Se qualche senatore democratico (come l’ex governatore della Florida, Bob Graham, e il «falco» Robert Menendez) non la pensa proprio come l’ex first lady, la linea di Jeb Bush è di fatto quella di tutto il partito repubblicano. «La svolta annunciata da Obama si basa su un’illusione, una bugia, quella che più commercio e più accesso al denaro e a beni di consumo si tradurrà in più libertà per i cubani», attacca il senatore di origini cubane Marco Rubio (anche lui nel «totocandidati» alla Casa Bianca), per il quale le aperture di Obama «daranno al regime dei Castro, che controlla ogni aspetto della vita dei cubani, l’opportunità di manipolare questi cambiamenti perpetuando il suo potere».
Ma la realtà dei fatti è anche un’altra: la maggior parte degli americani ha ormai messo da parte ogni ideologia ereditata dai tempi della guerra fredda, e da anni è d’accordo con l’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti Usa-Cuba. Anche in Florida, dove le nuove generazioni nelle famiglie di esuli cubani non vedono più nel dialogo con L’Avana un tabù: anzi, lo auspicano. Senza contare che, nonostante l’embargo, lo scorso anno 600 mila americani si sono recati a Cuba, la maggioranza di loro originari dell’isola, per turismo o affari.













