New York, 22 set. (Apcom) – Chi tocca la Tosca di Franco Zeffirelli, nel repertorio fisso del teatro Metropolitan di New York dal 1985, lo fa a proprio rischio e pericolo. Lo ha scoperto il regista svizzero Luc Bondy, che ieri sera, alla prima della stagione operistica, ha incassato i fischi più inclementi della storia del teatro.
La nuova produzione, con l’orchestra guidata da James Levine, si è presentata al galà di ieri sera con un cast d’eccezione: la soprano Karita Mattila, il tenore Marcelo Alvarez e il baritono George Gagnidze. E per loro gli applausi e le standing ovation non sono mancate. La protesta, mirata, è esplosa quando sul palco è salito Bondy e il segno della serata è improvvisamente cambiato.
Anche se una nuova produzione era attesa da tempo, è difficile per i newyorchesi rinunciare alla loro solita Tosca, con i suoi dettagli così italiani: la chiesa romana barocca con i suoi marmi e la parata di chierichetti, il lugubre palazzo del barone Scarpia, la prigione di Castel Sant’Angelo dove il pittore Mario Cavaradossi viene giustiziato.
Bondy volta pagina, la sua è una chiesa priva di riferimenti religiosi, sembra quasi una prigione. Troppo essenziale, per il pubblico, anche il set del secondo atto e non sufficientemente realistico neppure il terzo. Ma l’azzardo più grande di Bondy è quello della morte di Scarpia: Tosca non lo accoltella quando il capo della polizia segreta si avvicina a lei, ma lo attende su un sofa, con il coltello nascosto sotto un cuscino, con un gesto che ha una valenza drammatica sottotono. Di più: non c’è traccia di crocifisso e candele, uno degli elementi fissi nelle rappresentazioni del capolavoro pucciniano. Troppo, davvero troppo. E giù fischi.
Emc-Boz
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