Varese, 2-0 e quinto posto Ma per tutt’Italia non esiste

Varese, 2-0 e quinto posto Ma per tutt’Italia non esiste

Noi sappiamo che oggi Maran vorrebbe sentirsi dire solo questo: bravo Rolando, sei riuscito finalmente a fare giocare e vincere il tuo Varese in modo un po’ “ignorante”.

È una prima volta da festeggiare perché le squadre vincenti hanno la stoffa e la maturità per non essere sempre uguali a se stesse e il Varese, per fortuna, non lo è stato. Ci siamo riempiti gli occhi di vittorie o di qualche sconfitta (Pescara) piene di bel gioco, pressing, occasioni ma stavolta gustiamo un vino biancorosso un po’ invecchiato, traditore perché dà gioia senza accorgersene, completo e totale.

Fuori uso la bacchetta magica di Neto, i morsi della zanzara De Luca, il motore di Corti e dopo 24 minuti anche la trivella di Kurtic, dovevamo inventarci diversi. Aprire altre vie, leggere nuovi spartiti. Assenti i tenori, invece di puntare sulle azioni manovrate o sul gioco corale e avvolgente che rappresenta il nostro marchio di fabbrica (quello ci resta, è nelle nostre corde e sapremo sempre sfoderarlo), Maran ha infilzato la Reggina a tavolino, calcolando le sue ferite aperte e colpendola nel vivo.

Ha piazzato una torre d’avorio come Giorgione Plasmati Chinaglia (quei gol quasi da fermo, quel corpo usato come una vite, quel senso animale da avvoltoio) nel ventre molle dell’area amaranto e per una volta ha ordinato soltanto una cosa a Kurtic, a Rivas, a Zecchin, a chiunque: palle alte, cross, cannonate laggiù sul faro di Gianvito (basta un nome così, tondo e musicale, per essere speciale) e qualcosa succederà. «Fate un po’ gli ignoranti, invece dei soliti bravi ragazzi». Fate la guerra a Ceravolo e Ragusa, tarpando le ali ospiti, e poi armate il cannone di Plasmati.

È bastato un Varese pim, pum, pam invece della solita orchestra di violini e pianoforti. Per confermare che il calcio è semplice ma anche un po’ ignorante. Bisogna capirlo (prevederlo) e il Varese era ora che lo capisse perché altrimenti l’Empoli o il Cittadella non sarebbero venuti a vincere al Franco Ossola con un tiro in porta. Se non l’avesse capito, ieri non avrebbe segnato due gol e chiuso la partita mentre la Reggina giocava, giocava e giocava. Giovedì la società ha raggiunto le 102 primavere ma anche la squadra dopo la partita di ieri ha qualche anno in più, qualche ruga in più, il fascino della maturità sotto la solita camicetta sbarazzina sempre pronta da indossare.

Tutt’intorno, scene da predestinati felicemente inconsapevoli d’esserlo. Da monelli della Motta in un mondo di robot. E allora ecco Kurtic abbandonare dopo 24 minuti iracondo, rubizzo e quasi in lacrime per la rabbia di non poter più giocare contro il dolore della pubalgia. Ecco lo striscione della curva “Pettinari non mollare, ti aspettiamo in campo a giocare”: semplice, non dovuto e quindi toccante. Ecco l’uscita dall’arena di Plasmati accolto da gladiatore, l’ultimo dei primi.

Ecco una minuscola squadra che oggi sui grandi giornali avrà meno righe dell’incasso pignorato da un ex sponsor in lotta con Rosati. Ma ricordatevi tutti una cosa: non si scherza con le stelle. Gli altri le mettono in campo, noi le abbiamo nel cuore. Nella vita, nel destino.

Andrea Confalonieri

a.confalonieri

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