VARESE Non sarà un laureato (almeno per ora), ma il Senatur a breve sarà autore di un’opera destinata a far parlare di sé: è in arrivo il dizionario bosino-italiano/italiano-bosino. A dire il vero non è il primo che viene alla luce, ma a sentire gli addetti ai lavori non c’è paragone con l’unico precedente, il parolario «I nost paroll» uscito nel ‘96 e ristampato a più riprese per esaurimento copie, edito dalla Famiglia Bosina e scritto dai poeti bosini Natale Gorini e Paolo Rattazzi. Il dizionario vero e proprio porterà la firma, oltre che di Umberto Bossi, di altri tre autori: lo stesso Rattazzi, Speroni ed Ester Bianchi, la mamma del docente di filosofia e curatore dell’opera Fabio Minazzi, docente universitario di filosofia teoretica e storia e definito da più parti, anche agli antipodi politicamente parlando, come «un mostro di conoscenza». Sarà un’edizione Rcs e sarà stampata inizialmente in 20 mila copie, che a sorpresa si potranno trovare anche nelle grandi librerie sotto al Po. Tutto il ricavato andrà alla Fondazione Cattaneo creata recentemente con lo scopo di promuovere gli studi storici e la divulgazione più ampia possibile dei manoscritti inediti ad opera di un personaggio tanto amato non solo dai militanti del Carroccio ma più in generale dai cultori della storia di casa nostra.«L’idea era di farlo arrivare in tempo utile perché finisse impacchettato sotto l’albero», spiega il senatore Fabio Rizzi, uno dei promotori dell’iniziativa, «ma Bossi deve ancora rivederlo e confrontarlo con gli altri autori prima di consegnarlo all’editore e la situazione politica al momento ha la priorità su tutto il resto. Possiamo ancora riuscirci, anche se il tempo per farlo scarseggia». Comunque sia, ci si proverà. Anche perché, revisioni a parte, l’idea originale che si sta concretizzando
adesso ha quasi trent’anni di vita. Era stata di Bossi, che all’epoca aveva iniziato a lavorarci insieme ai coautori designati; insieme volevano realizzare un dizionario italiano-bosino dalla a alla z, come qualunque dizionario del mondo, con l’aggiunta di qualche modo di dire. «A qualcuno potrà far sorridere, ma la cosa è assolutamente seria perché creare un dizionario sancisce a tutti gli effetti che una lingua esiste, così come esistono la nostra tradizione e cultura che sono strettamente legate alla forma linguistica con cui si esprimevano». Il fatto che l’utilizzo abituale del lombardo occidentale si sia perso nel tempo, per Rizzi, tutto sommato non significa granché: prima di tutto non ne toglie la legittimità, e in ogni caso non è detto che sia perso per sempre. «Conoscere il dialetto non è un vezzo, è una modalità concreta di avere coscienza delle proprie radici e di essere parte della propria storia. Per questo la ritengo una priorità. Tra l’altro in alcuni modi di dire e in alcune frasi fatte si trovano delle sfumature di significato che, oltre a non essere riportabili in italiano, sono espressione chiara della nostra cultura». L’accordo editoriale è già stipulato. Inizialmente c’era un pre-accordo con Bompiani, ramo di Rizzoli-Corriere della Sera, ma quando la società “madre” ha saputo del dizionario bosino ha deciso di scendere in campo direttamente. «Tra l’altro – aggiunge il senatore – di solito si parte con 2 mila copie di lancio e si vede come vanno per procedere con le ristampe, mentre questa volta il più grande colosso editoriale italiano ha deciso di lanciare direttamente 20 mila copie facendosi carico della promozione e della pubblicità sulle pagine culturali del Corriere della Sera: dimostrazione che è la trovata estemporanea di quattro matti leghisti».Francesca Manfredi
s.bartolini
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