Varese, la mamma di Lidia Macchi “Piccolomo? Mi sembra assurdo”

Varese, la mamma di Lidia Macchi “Piccolomo? Mi sembra assurdo”

VARESE Piccolomo implicato nel delitto Macchi? «Assurdo», commentano i familiari di Lidia, ventunenne, uccisa con 29 coltellate e ritrovata il 7 gennaio dell’87 in una stradina sterrata in località Sass Pinì, a Cittiglio; il suo assassino non è stato mai identificato. Non che il papà e la mamma di Lidia siano infastiditi dalle dichiarazioni di Nunzia Piccolomo, la figlia, che ha fatto mettere a verbale che «quando ci fu l’omicidio di Lidia Macchi, all’epoca trovata vicino a casa nostra, mio padre per spaventarci si vantava di essere stato lui a ucciderla»: «E’ stato detto di tutto e di più in questi anni – spiega Paola Bettoni, la mamma – non mi stupisce nemmeno questa. Noi restiamo qui ad aspettare la verità, ma finché la magistratura non ci chiama e non ci dice qualcosa di vero, che sia sensato e supportato da prove, per noi tutto il resto sono chiacchiere al vento».Eppure il fatto che praticamente a mesi alterni qualche riferimento al caso Macchi venga fuori è prassi consolidata, e se qualcuno effettivamente si dimostra poco più di una chiacchiera da bar, tutti di certo hanno permesso di tenere desta l’attenzione su un dramma che ha sconvolto una generazione di varesini, e non solo, ma soprattutto su un rebus che tra volti e relazioni della vittima ancora oggi non ha trovato soluzione. «La speranza è l’ultima a morire – continua – ma non credo che quello che non è uscito in 23 anni e mezzo sia uscito adesso con le dichiarazioni della figlia

di un imputato». Anche perché né lei né il marito, così come i loro figli – assicurano – avevano mai visto o sentito nominare Piccolomo. «Non vedo come possano averlo associato a Lidia al di là della dichiarazione. La prima volta che abbiamo letto di questo personaggio è stato dopo l’omicidio di Cocquio sui giornali perché abitava vicino a una mia collega, ma la storia finisce qui». Con questo, comunque, Paola Macchi non vuole dire in nessun modo che abbiano rinunciato a cercare la verità, né tanto meno che non stiano attenti alle evoluzioni delle indagini riaperte dall’Unità casi irrisolti della polizia di stato. Anzi. «E’ ovvio che vorremmo vedere la faccia della persona che ha ucciso nostra figlia, ma con delle prove e con una logica. Se non c’è niente di concreto ma si tratta di illazioni senza fondamento, di sentito dire, allora ne facciamo anche a meno. Ogni tanto mio marito va in questura a chiedere se ci siano aggiornamenti, ma ogni volta o sono coperti da segreto istruttorio, o comunque non c’è ufficialità e a noi non lo dicono». Smentisce insomma la voce di chi sostiene che chi deve sapere già sa, almeno per quanto riguarda lei e la sua famiglia, che comunque non ha praticamente più contatti con i sospettati dell’epoca: «Già dei quattro ne conoscevamo solo due, e poi uno è morto di tumore e gli altri non sappiamo che fine abbiano fatto ma la prova del dna non li aveva indicati come i colpevoli». Francesca Manfredi

s.bartolini

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