Varese, scuola di vita Non calciatori, ma uomini

La rovina dell’Italia al mondiale brasiliano è stata la mancanza dello spirito di squadra, che ha sempre rappresentato il punto di forza del Varese. Nelle due ultime due stagioni, però, anche in casa biancorossa si è perso il gruppo che solo Stefano Bettinelli ha saputo rifondare quando mancavano appena due giornate alla fine dell’ultimo campionato. L’allenatore è uno specialista nella cura maniacale dell’aspetto motivazionale e ha sempre puntato sul concetto del “noi” da anteporre all’io.

Una delle innumerevoli lezioni sul gruppo è stata impartita da Bettinelli ai giocatori della sua Primavera di due anni fa.

A metà del girone di ritorno c’era una partita difficile, contro una squadra dal nome altisonante che precedeva in classifica il Varese. Vincere era fondamentale per rincorrere il sogno dei playoff ma la gara era incominciata in salita per lo svantaggio iniziale. Bettinelli non è mai stato uno che si deprime o si butta giù alle prime difficoltà e i suoi si erano tuffati a

rincorrere il pareggio con temperamento e grinta. Nel secondo tempo ecco finalmente l’1-1 e poi il monologo varesino continua fino all’88’, quando l’arbitro assegna un calcio di rigore ai biancorossi: «Se l’era procurato – ricorda Bettinelli – Luca che poi va a confabulare con Andrea, l’altro rigorista. Luca prende la palla, la mette sul dischetto e segna il 2-1. Abbiamo vinto ma io non sono contento».

Come mai? Nel calcio che cosa c’è di più prezioso di una vittoria? Ce lo spiega proprio Bettinelli: «Al rientro negli spogliatoi chiamo Luca e gli chiedo perché ha voluto calciare il rigore. Mi risponde che con Andrea, il nostro altro rigorista, c’era questo accordo: ne avrebbero tirato uno a testa ma chi si procurava il rigore l’avrebbe dovuto calciare. Gli chiesi allora se fosse felice della scelta e lui mi rispose di sì, con gli occhi pieni di gioia. E io gli dissi: “Luca, quest’anno stai facendo bene, sei in doppia cifra e nel giro della prima squadra. Andrea invece sta attraversando uno dei periodi in cui tutto va storto: lui aveva più bisogno di te di calciare quel rigore, di fare gol e di tornare a essere sereno”. Luca fece per rispondere ma io lo zittii. Alla ripresa degli allenamenti venne a trovarmi dicendomi queste precise parole: “Se avessi fatto calciare il rigore ad Andrea, adesso mi vorrei più bene”. Parole profonde da futuro leader. Parole di chi ha capito che il noi viene prima dell’io. E questa è la forza di una squadra».

Ovviamente il Luca a cui fa riferimento Bettinelli è Forte, attaccante che, con l’avvento in panchina del tecnico, è finalmente sbocciato e l’anno prossimo dovrà consacrarsi definitivamente cercando di costruire le proprie fortune insieme a quelle del Varese.

Abbiamo voluto ricordare questo aneddoto per far capire che alla nazionale di Cesare Prandelli sarebbe servito di più un Forte, aperto verso i compagni, che un Balotelli insensibile a tutto tranne che a se stesso. Ma soprattutto per ribadire quanto stiamo ripetendo da giorni e cioè che il Varese può stare tranquillo perché ha un allenatore di spessore e di carisma con un progetto ben preciso delineato nel cuore e nella testa.

Bettinelli ama ripetere: «I fuochi d’artificio illuminano il cielo ma durano un lampo, invece, sotto la cenere, cova la brace che può diventare un incendio». Dunque non servono campioni o nomi altisonanti ma uomini per dare un futuro sereno al Varese. Uomini veri come Stefano Bettinelli, come Luca Forte e come Lele Ambrosetti. Anche il d.s. ha un progetto preciso «che è lo stesso – ci dice – di tutti i cuori biancorossi che lavorano nella nostra sede solo per il bene del Varese».

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