VARESE Quanta nostalgia per i cinemini di periferia, con la cassiera che snocciolava orari e programmi, e intanto si pettinava come Sofia Loren o Marilyn Monroe. Per il mistero che aleggiava dietro i tre buchi nel muro da cui arrivava la luce in movimento, assieme al ronzio della “pizza” che girava sul proiettore. Per quell’odore di chiuso e noccioline che stazionava in sala, assieme a quello di cane bagnato quando fuori pioveva.
Un pezzo di questo amarcord lo ha rintracciato e fotografato Alberto Bortoluzzi, con una ricerca capillare in mezza Italia, inseguimenti in negozi di rigattiere e antri di collezionisti, aste su ebay e il fiuto di chi è preda di una volontà quasi maniacale. Risultato, un libro e una mostra dedicati alle vecchie sedie dei cinema, di solito fotografate a file o a gruppetti di due o tre, con un fondale neutro, quasi fossero strane sculture, reperti di un passato prossimo magicamente remoto, da raccontare e rimpiangere. Dopo l’importante debutto, lo scorso luglio, nelle sale di Palazzo Reale a Milano, la mostra «24+1 Cinema Chairs Project» arriva a Varese, accolta al rinnovato museo del Castello di Masnago (fino al 27 marzo, orari: martedì-domenica, 9,30-12,30 e 14-17,30) accompagnata, il giorno della chiusura, da un incontro con il regista Tinto Brass (al Castello, alle ore 15) con proiezione della versione integrale del suo film «Caligola». Due anni di lavoro, tanto ha impiegato Bortoluzzi a trovare le sedie – alcune abbandonate perfino in un prato – e poi a invitare registi e uomini di cinema a dar voce alla sua idea, con una vera e propria antologia di scritti a corredo del libro-catalogo pubblicato da Silvana Editoriale.
L’elenco dei nomi è una specie di dizionario del cinema contemporaneo: si va da Carlo Verdone, Francesca Comencini, Marco Tullio Giordana e James Ivory a Patrice Leconte, Ken Loach, Mohamed Sudani, fino a Daniele Luchetti, Carlo Mazzacurati, Giuliano Montaldo e al grande Mario Monicelli, per arrivare alla “guest star” Luis Bacalov, Giovanni Gastel, Ferdinando Scianna e Vittorio Storaro. Alberto ha immaginato il libro come il montaggio di un film,
con i testi a rappresentare la sceneggiatura, le sedie gli attori e lui stesso il regista, e per catalogare il materiale si è avvalso della consulenza del personale di Cinearredo Zambelli. Le sedie di Bortoluzzi, nella loro statica colloquialità ci regalano migliaia di suoni, parole, immagini, fumo di sigaretta e baci rubati, cicche appiccicate al sedile e ombrelli dimenticati. In una parola l’umanità che perdiamo per strada a desolante velocità.
Mario Chiodetti
v.colombo
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