Varese, un mezzo miracolo: 3-2 Quei fischi inauditi sui biancorossi

VARESE Un miracolo. Contro un Cesena più ricco, più in forma, che vuole vincere, che ha saltato l’ultimo turno e ha conquistato più punti di tutti nel ritorno. Contro una pletora di allenatori in tribuna che urla i cambi, che contesta Castori (non lo facevano nemmeno con Carbone), che forse pensa: tutto ciò che non è finale playoff, è una sconfitta. Contro un arbitro che fa di tutto per diventare protagonista, e anche l’arancio di Ebagua diventa rosso.

Un miracolo. Senza Neto e Corti, cioè il Messi(a) e lo Zanetti del Varese. Senza il solito clima, la curva giustamente protesta per lo spostamento alle 15 (ormai si gioca a tutte le ore, tranne quando la gente può venire allo stadio) e gli altri erano al lavoro. Senza Ferreira Pinto che forse non può ancora reggere due gare in quattro giorni ma alla fine, nel momento verità, muore sul campo per una squadra a lui ancora sconosciuta. Senza Juan Antonio che è bloccato: la palla per lui scotta, e gli gira al largo.

Un miracolo. Perché contro tutto e senza niente, Castori mette in campo una formazione sbilanciatissima (quattro centrocampisti super offensivi e due terzini che volano all’attacco) che si gioca il tutto per tutto sulla forza di fare un gol in più: sempre così, Fabrizio. E nella ripresa, mentre iniziano

a salire gli ululati dei lupi in tribuna (è stato Zecchin a chiedere il cambio, fenomeni che vedete solo il vostro naso), anche sul 2-2 quando Bisoli urla ai suoi «abbiamo 18 minuti e la vinciamo», continua a rischiare di perdere perché vuole solo vincere. Sempre così, Fabrizio.

Si va a Empoli senza Giulio e Castori (pure lui espulso dal solito Nasca che invidia ognuno dei calciatori che può solo arbitrare), il braccio e il cuore del Varese. Chissenefrega, quando ci fanno (o ci facciamo) del male, non perdiamo mai.

Resta una frase a rimbombare nel Franco Ossola finalmente ripulito da quei fischi inauditi sul Varese (non può essere il pubblico del Varese, ma quattro montatelli saliti sul carro): «Vorrei i trecento tifosi di Parabiago». Perché sanno da dove arriviamo. Perché danno tutto senza chiedere nulla, a parte l’anima. Perché non trattano così una squadra vera quarta in classifica. L’ha detta Montemurro, ispirato dal Peo.

Andrea Confalonieri

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