di Andrea Confalonieri
Questa è una squadra. E Masnago la sua polveriera. La vittoria più commovente, il Varese più grande. Proprio quando di fronte si trova una montagna più alta della lastra di ghiaccio che rende il campo impraticabile tranne che per Carolina Kostner. Proprio quando la beffa di Perugia e la sconfitta frustrante di Arezzo iniziano a premere sulle spalle, fantasmi più pesanti di quel gol-macigno da recuperare contro la bestia nera Pergocrema ad appena diciotto minuti dalla fine del sogno. Proprio quando mancano la luce di Zecchin e l’uomo ovunque Ebagua. Proprio quando Sannino è sulla via dell’espulsione. Proprio quando Buzzegoli sembra uscire dalla partita. Proprio in quel momento, ecco emergere le stimmate della grande squadra. Quella che, se gli lasci un ultimo fazzoletto di vita, scava dentro di se e pesca l’energia (la magia, il destino) per capovolgere cielo, partita e avversari. Presente e futuro.In quei diciotto minuti finali il Varese dimostra da dove viene, che cosa è, dove può arrivare. Viene da quella che Sannino più volte ha chiamato m…, non ci vuole tornare e, a differenza di Novara e Cremonese, considera uno scudetto battere anche il piccolo grande Pergocrema. È la fame degli ultimi, l’umiltà dei poveri. È quel fuoco che cova sotto le maglie e che, nell’istante esatto in cui pare ibernato e sconfitto per sempre, si ribella,
si incazza, si incendia travolgendo tutto.È l’anima l’uomo in più del Varese. La capacità di vincere sempre quando si trova tra mille avversità. E quel filo d’acciaio tra giocatori, allenatore, Sogliano e tifosi che, ancora una volta, quando la fine si avvicina, inghiotte e trasforma in un unico drago senza volto i mille eroi sugli spalti e quelli del campo, rovesciando sul Pergocrema una sentenza: «Restano 18 minuti e saranno i più lunghi della vostra vita perché li gocheremo uno per uno come se fosse l’ultimo».Il detonatore è la geniale espulsione voluta e ottenuta da Sannino: forse era involontaria, forse aveva chiesto soltanto un fallo, ma a noi piace pensare che l’abbia fatto apposta. Quasi a voler dire ai suoi ragazzi: mi cacciano via, figli miei. Vendicatemi. E poi i cambi: non si erano ancora viste sostituzioni così sontuose, così devastanti. Quando gli avversari si vedono piombare addosso prima Corti e poi Carrozza come tir in corsa, rimangono schiacciati. Gli spalti, a quel punto, erano già una polveriera che sente odore d’esplosione.Alla fine anche il gelo che attanaglia lo stadio e la bestia nera ospite devono arrendersi al passaggio di questo drago a mille teste che sembra arrivare da tutte le parti. Un po’ dal passato, un po’ dal futuro e un po’ anche dal cielo. Il nostro Avatar, più bello dell’originale.
a.confalonieri
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