Vizi e virtù della musica

Centodiciotto pagine per raccontare vizi e virtù della musica. E parlare – con documenti alla mano e aneddoti della tradizione orale – dei tanti peccati che da sempre animano gli artisti. Lontano dalla tentazione di giudicare, Gianfranco Plenizio pubblica per Zecchini Editori “Bizzarrie musicali: incidenti e accidenti della musica” (euro 13).

Lo fa partendo da una posizione privilegiata: quella di musicista esperto che ben conosce le tentazioni, i vezzi, le acredini e le vendette di prime donne, amanti, lacché, grand’uomini delle orchestre e solisti – più o meno – immortali. Lettura rapida che non richiede successione logica. Anzi, meglio se episodica, altalenante, portata al di fuori dei capitoli che Plenizio battezza, come nella miglior tradizione dell’opera, “atti”.

Quattro, dedicati di volta in volta a cantanti e opere, direttori e registi, animali in scena e altri dramma, corbellerie e facezie varie. Apre il volume un “preludio” (dove si spiegano gli intenti del libretto) e chiude, ovviamente, un “postludio” dove “si evidenziano tracce di rimpianto” per una musica che, ancora oggi, non gode di quell’attenzione che si meriterebbe. Due gli “intermezzi”: il primo riguarda “L’Opera del Cairo”e il secondo “Un viaggetto nell’Eros”.

Per concedersi un affondo in un mondo che, grazie alla minuzia investigativa con la quale lo tratta Plenizio, é ancora tutto da scoprire tante sono le libertà e i momenti comici che si concede sulle scene e dietro le quinte. Per esempio quelle del basso Plinio Clabassi, che terminate le battute affidate al suo personaggio ne “La forza del destino” di Giuseppe Verdi – il Marchese di Calatrava – lasciava il teatro e se ne andava a cena. E più volte fu richiamato, “appena infilati due rigatoni in bocca”, per sostituire invece un collega nel ruolo del Padre Guardiano.

Oppure la gelosia tra Henriette Sontag e Giuditta Pasta, l’insicurezza di Vincenzo Bellini (che chiedeva pareri a Gioachino Rossini dove aver scritto sette diverse versioni di una stessa romanza) e la “cattiva” reputazione dei tenori commentata dal baritono Eberhard Waechter: “Un baritono é una via di mezzo fra un tenore e un uomo”.

Ma i direttori, in tutto questo, non sono da meno. Fulminante il ricordo di una prova d’orchestra, in Sicilia, con Leopoldo Mugnone, nato nel 1858 a Napoli: il musicista, impegnato in un assolo di corno, sbaglia più volte e si scusa dicendo che il passaggio, provato in giardino sotto un fico, era venuto benissimo. Risposta del direttore: «E vossia si portasse il fico in orchestra!».

Stesse filettate da parte di Antonio Guarnieri alle prese con un giovane direttore: “Ci son tre categorie di direttori….quei come ti xe un impedimento fra la partitura e l’orchestra”. Non vanno per il sottile Arturo Toscanini, Sir Thomas Beecham e Sir John Barbirolli: si deve a quest’ultimo l’ouverture “all’uovo alla coque” (lasciamo al lettore scoprire il perché) de “Le Nozze di Figaro” di Amadeus Mozart.

Ma non c’é arte senza amore. E quello libero di Giuseppina Grassini, la cantante varesina le cui grazie erano contese da monarchi e principi, si ricorda ancora oggi: cominciato con Napoleone e finito con il Duca di Wellington, colui che proprio Bonaparte sconfisse a Waterloo. Il capitolo sull’opportunismo non é ancora terminato.

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