Meo Sacchetti: «Ora ho un sogno colorato d’azzurro. La vita? Nel mio giardino di Alghero»

Meo Sacchetti: «Ora ho un sogno colorato d’azzurro. La vita? Nel mio giardino di Alghero»

Il ct azzurro, bandiera di Varese, è venuto a trovarci in redazione per una lunghissima chiacchierata. Dalle telefonate di Petrucci e Messina al suo rapporto con la pallacanestro, con uno sguardo al suo passato

Il Meo è tornato a casa. Concetto labile, variamente interpretabile, utilizzabile e ricamabile: noi ci proviamo, cercando di non tralasciare nulla.

Il Meo è tornato a casa perché a vederlo sbucare dall’ascensore della redazione sembra di accogliere un vecchio amico, informale com’è per costituzione dell’anima, modo di porsi, abbigliamento e confidenza regalata a pieno cuore. Il Meo è tornato a casa perché prima di parlare di basket ci si mette una buona mezz’ora: il coach di Altamura vuole sapere tutto sul Varese Calcio, sul nostro giornale, su ciò che succede in città. Il Meo è tornato a casa perché la parola Varese esce quasi ad ogni risposta: sia un ricordo, un collegamento, persino un lapsus, del quale – peraltro - Freud andrebbe fiero. Il Meo è tornato a casa perché quella dimora a Luvinate, dal cui belvedere si potevano ammirare quattro laghi, non sarà stata l’Alghero accarezzata dal Libeccio, ma sapeva far emozionare. Il Meo è tornato a casa perché Varese è un pallino anche di Olimpia, Lady Sacchetti, l’indispensabile metà di quest’omone che la vita ha prestato alla storia del basket.

Il Meo è tornato a casa perché, almeno per una volta, in questa intervista non leggerete la classica, inevitabile e onnipresente domanda, il cliché varesino per eccellenza, qualcosa che – per frequenza di comparsa fra le righe – è capace di far impallidire robe come “vero e proprio” vicino ad “arsenale”: «Allora, quando viene ad allenare Varese?». Bandita: tanto – che dovesse succedere e non è successo, che succederà o non succederà mai – il Meo, a casa, ci torna sempre e comunque.

Il Meo è tornato a casa perché da novembre allenerà la nazionale italiana di basket. E, almeno su questo sarete d’accordo, quella è la casa di tutti.

A proposito, c.t. Sacchetti: ci racconti come ha saputo di essere il prescelto per la panchina azzurra.


Ero in macchina con mia moglie, stavamo andando a Novara. Dovete sapere che nella settimana trascorsa a Las Vegas ho perso (o me l’hanno rubato, non lo so…) il cellulare e di conseguenza tutti i numeri di telefono. L’unico che avevo salvato sulla nuova rubrica era quello del presidente Gianni Petrucci, che già mi aveva cercato per una premiazione a cui non avevo potuto partecipare. Quando ho visto il suo nome sullo schermo ho pensato: «e ora cos’ho combinato?». Poi ho risposto e mi ha insultato: «Meo, non ti si riesce mai a trovare! Rispondi ad Ettore (Messina ndr), che ti deve chiedere una cosa importante!». L’ho saputo così…

Beh, se lo aspettava?


No, sinceramente no. Alla nazionale ci avevo fatto un pensierino dopo lo scudetto con Sassari, ma c’era già Pianigiani. Uscito di scena lui, è arrivato Messina e sinceramente non poteva esserci scelta migliore. Mi ero messo l’anima in pace e, quando ho ricevuto la recente chiamata, per un po’ ho pensato che fosse uno scherzo. Mia moglie no: «Io ci ho sempre creduto» mi ha detto. Si è presa subito il merito, insomma.

Non è poi così usuale che un allenatore uscente raccomandi il suo successore come ha fatto Messina con lei… O no?


Non posso che esserne orgoglioso. Ettore è un’icona per chi fa il nostro mestiere: con quello che è stato capace di vincere, dà valore alla categoria degli allenatori italiani.

Petrucci dixit: «Abbiamo scelto Sacchetti perché è uno normale»…


Penso intendesse che sono normale come persona, non come allenatore. Nel senso che non vivo solo per la pallacanestro, anche se rimane una delle cose più importanti che ho. Nella vita c’è anche tanto altro. E poi sono come appaio: faccio ciò che mi piace, compreso il basket che mi piace. Per me è un concetto basilare: se questo sport lo vivi solo come un lavoro, anche ad altissimo livello, non va bene.

«Nella vita c’è anche altro…». Cos’è “l’altro” di Sacchetti?

Beh… è il mio giardino ad Alghero, per esempio. Dove faccio l’olio, il mirto e dove ci sono un paio di filari d’uva Moscato. Finito lo scorso campionato con Brindisi, sono tornato e ho trovato l’erba alta un metro e mezzo. Allora mi sono messo di buzzo buono e me la sono tagliata tutta: più di 7000 metri quadri, alzandomi alle 6 del mattino. Quando ho finito, mi sono seduto sul terrazzo a guardare il lavoro svolto, con una bella birra in mano. Soddisfatto.

È lì che si ritirerà una volta smesso di allenare?

A me piacerebbe, ma Olimpia ha già detto la sua: «Non più di due mesi all’anno, il resto a Varese…».

Dove, al di là del periodo trascorso in canotta e pantaloncini, avrebbe dovuto trasferirsi già due volte…


Vero. E poi non è successo: una volta per “colpa” mia, un’altra per “colpa” di Varese. La prima è stata nel 2010. Avevo parlato con Cecco Vescovi, ero stato a casa sua insieme a Max Ferraiuolo: loro mi volevano, ma ero molto combattuto. Perché? Perché avevo appena vinto l’A2 con Sassari. Mi dicevano: guarda che lì di più non puoi ottenere… Ma io la pensavo diversamente e volevo provare a misurarmi in Sardegna anche con la Serie A. Espressi i miei dubbi a mia moglie: «Devi fare quello che hai dentro…». E scelsi di rimanere.

E la storia ha sancito la bontà della sua decisione, visto lo storico scudetto conquistato nel 2015. La seconda, invece?


Fu proprio dopo lo scudetto. Era tutto fatto, tutto deciso. Poi Varese si tirò indietro, improvvisamente…

Torniamo alla Nazionale. Il suo contratto è di due anni, ma i Mondiali del 2019, le cui qualificazioni inizieranno a novembre, potrebbero portare alle Olimpiadi del 2020, a Tokyo. Un sogno?


Un sogno vero. Ho sempre vissuto di sogni e non ho intenzione di smettere proprio ora: le Olimpiadi sono la cosa più bella di tutte.

Cosa si ricorda di Mosca 1980, quando l’Italia di cui faceva parte vinse uno storico argento?


Tutto, a partire dalla sfilata iniziale alla quale, in virtù del boicottaggio, noi atleti non avevamo potuto partecipare. Allora ci mettemmo ad osservarla da un angolino dello stadio. L’ultimo tedoforo era Sergey Belov e una scena che non dimenticherò mai - ho anche la foto - è la gente che reggeva degli assi di legno in modo tale che fungessero da scalini per farlo arrivare fino al braciere. E poi le foto con la Comaneci, con Ul’jana Semionova, gigantessa di 213 centimetri e tante altre… Ricordi senza prezzo. L’argento alle Olimpiadi è stato più importante dell’oro agli Europei di Nantes 1983.

Il giorno della presentazione ufficiale di Cagliari, una settimana fa, ha citato Dido Guerrieri, come accadde anche dopo la conquista della finale di campionato nel 2015. Lo considera il suo maestro?

Ho avuto tanti allenatori importantissimi. Sandro Gamba, in primis, poi Riccardo Sales e Ettore Zuccheri, a Bologna, che mi trasformò in una guardia. Dido l’ho conosciuto sia da giocatore che da allenatore, essendo stato anche suo vice, e l’ho apprezzato tanto come persona di cultura oltre che come uomo di basket. Lui è stato il primo a insegnarmi che la vita non è solo pallacanestro.

È vero che sarà Max Menetti, coach di Reggio Emilia, il suo vice nell’avventura azzurra?

No, è una bufala. Max è un amico ed è un professionista che stimo moltissimo, ma non ho ancora preso alcuna decisione in merito e non lo farò finché non saranno finiti gli Europei di settembre. È una questione di rispetto per chi sta ancora lavorando.

Prima della chiamata per la panchina dell’Italia, a giugno ha accettato la corte della Vanoli. Perché ha deciso di lasciare la Puglia e di sposare Cremona?


A Brindisi sono stato bene. Bene con il mio staff e con l’ambiente, ma non ho avuto un gran feeling con la proprietà. Non avevo intenzione di far passare un altro anno lì e si è palesata la possibilità della Vanoli. Di Cremona mi hanno parlato positivamente in tanti, in primis i giocatori che ci sono stati e così ho deciso di accettare.

Sapeva già della possibilità di un ripescaggio? Sarebbe stato un problema allenare in A2 per lei?

C’era la speranza, ma nessuna certezza. E per me non ci sarebbe stato alcun problema a rimanere in seconda serie. Figuriamoci, ho allenato anche in C2… Lo dimostra il fatto che stavamo facendo la squadra proprio per l’A2, poi è arrivata l’esclusione di Caserta e abbiamo dovuto cambiare i nostri piani in corsa.

Dalla sua avrà, per l’ennesima volta in carriera, i cugini Drake e Travis Diener…


Drake ha telefonato a mio figlio Brian e gli ha detto che voleva giocare con me: Capo d’Orlando, con le trasferte europee, iniziava a diventare pesante come impegno, vista l’età e la famiglia (ha tre figli ndr). Travis, sinceramente, non me l’aspettavo, non ci pensavo. Ma le sue intenzioni mi sono sembrate subito serie e quando l’ho incontrato a Las Vegas l’ho visto bene, in forma. Mi ha detto: «Voglio tornare a divertirmi». E ci credo, so che non vorrà fare brutte figure. Io cercherò di preservarlo dal punto di vista fisico e so già che lui si arrabbierà un mondo, come accadeva a Sassari…

Come vede il prossimo campionato di Serie A, coach?

In pole position ci saranno sicuramente Venezia, Milano, io dico anche Sassari e vediamo Bologna… Per quanto riguarda Cremona, e penso che il discorso valga anche per Varese, l’obiettivo sarà quello di salvarsi il prima possibile. Poi non si sa mai: ogni anno possono esserci delle sorprese.

Qualificazioni Mondiali 2019: non avrà a disposizione né i giocatori NBA, né quelli di Eurolega: si apriranno degli spazi nel roster dell’Italia...


Certamente, anche per chi non è mai stato convocato.

Quest’estate Varese ha preso un giovane promettente come Matteo Tambone: cosa ne pensa sul suo conto?


Penso che abbia buone potenzialità e in tanti me ne hanno parlato bene. Gli auguro la stessa parabola di Davide Pascolo: guardate da dov’è partito e dov’è arrivato…

Domanda secca: se non avessero chiamato lei per guidare la Nazionale, chi avrebbe Meo Sacchetti voluto su quella panchina?


Maurizio Buscaglia.

Capitolo amarcord. Quali sono le scaramanzie e i riti da spogliatoio più curiosi che ricorda da giocatore prima e da coach poi?

Beh, il sottoscritto da giocatore, a Torino, non si è cambiato la maglietta da gioco per mesi e - da allenatore - le calze, perché pensavo portassero fortuna. Ho conosciuto atleti che andavano in bagno regolarmente prima di ogni partita e poi, tra tutti, cito l’ex Divarese Larry Micheaux: lui in panchina voleva a tutti i costi la Coca Cola perché gli dava “Energy”.

E la foto cestistica sul comodino?


Due abbracci. Il primo con capitan Manuel Vannuzzo a Bologna, nel 2012: segnò all’ultimo secondo il canestro del nostro passaggio alle semifinali e poi, dopo aver esultato con i compagni, venne da me e mi abbracciò, sorridendo. Il secondo con Travis Diener. Nel finale di una partita a Siena lo avevo tolto dal campo mentre eravamo sotto di 10, lui si arrabbiò moltissimo e mi affrontò a muso duro: «Per te non giocherò mai più». Il giorno dopo si presentò all’allenamento e corse subito ad abbracciarmi: foto bellissima. Sì, so che ora Brian sarà un po’ geloso: anche il nostro abbraccio dopo aver battuto Milano nella semifinale 2015 rimane indimenticabile.

A proposito di Brian: come ha preso il fatto di avere un padre allenatore della nazionale?

Io e mia moglie non gli abbiamo detto nulla per un po’, poi Olimpia gliel’ha confessato. Risposta: «Che cazzo dici?». Uguale Tommy, mio figlio minore…

Romeo Sacchetti coach dell’Italia del basket: si chiude un cerchio, aperto da quel maledetto infortunio nella finale 1990 contro la Scavolini con la canotta di Varese?

No. Non si chiude nulla. La vita ti dà e ti toglie. Quell’infortunio era destino, lo scudetto con Sassari è stato destino: ogni gioia mi ha ripagato di ogni delusione. Non serbo alcun rimpianto nella mia esistenza, men che meno per quello che sarebbe potuto essere con Varese e invece non è stato.

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