«A chi oggi dice “riposi in pace” io rispondo “diteci la verità”»
Philippe Brunel, giornalista francese de L’Equipe, fu il primo a indagare seriamente sulla morte di Marco Pantani (Foto by archivio)

«A chi oggi dice “riposi in pace” io rispondo “diteci la verità”»

Giustizia per Marco. Il giornalista francese Philippe Brunel fu il primo a indagare

Philippe Brunel. Basterebbe questo nome per spiegare tante cose. Innanzitutto: sì, stiamo parlando ancora di Marco Pantani, perché le rivelazioni di lunedì sono cose grosse e non è giusto che cadano nel buio così presto. No, non ne sta parlando praticamente più nessuno ormai, però noi insistiamo. É consuetudine ormai che riflettori si accendano e si spengano in men che non si dica quando si parla di Pantani. Al buio è tutto più difficile, però è il lavoro che fai al buio che ti permette poi di trovare la luce.

Un solco tracciato

Ad accendere per primo questi riflettori, nel lontano 2005, fu proprio Philippe Brunel, un giornalista francese de L’Equipe che non si rassegnò a quella verità di comodo che ci era stata propinata. Brunel passò praticamente un inverno intero negli angoli bui della riviera romagnola, spogliati del turismo estivo e vestiti di tristezza, spaccio e prostituzione. Scavò un solco, parlò con la gente, si studiò i video dell’autopsia e tutte le carte processuali, scoprì dettagli allarmanti, alzò la voce, scrisse tutto. Nel suo libro “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”, infatti, Philippe ripercorre il periodo buio di quasi cinque anni intercorso tra il 5 giugno del 1999 ed il 14 febbraio del 2004, giorno della morte del Pirata.
Tracciò una strada che venne poi seguita, a distanza di una decina di anni, da Francesco Ceniti, da Davide Dezan e da altri. Negli ultimi anni però Philippe si è un po’ defilato dalla questione Pantani, senza comunque perdere quello spirito di curiosità e di ricerca della verità che ha caratterizzato il suo libro e tutte le sue battaglie in questo campo. Ci volle però un francese per risvegliare le coscienze, e questo lo ammise anche Gianni Mura in un suo scritto su Repubblica del 2007.
Ma di questo, parleremo più avanti. La scottante realtà attuale parla delle infiltrazioni e delle pressioni mafiose che alterarono il controllo di Madonna di Campiglio il 5 giugno 1999, un test da invalidare per vari vizi di forma, come scrisse proprio Brunel. Raggiungiamo Philippe al telefono, poche ora dopo la fine della Tirreno-Adriatico che ha seguito in prima persona per L’Equipe.

«Un passo avanti»

L’argomento, in prima battuta, non può che essere la stretta attualità: «Sinceramente, pur essendo stato in questi giorni in Italia per la Tirreno-Adriatico, ammetto di aver seguito poco queste ultime notizie sul caso Pantani. Mi sono messo in borsa le pagine della Gazzetta che ne hanno parlato a lungo, ripromettendomi di leggerle ma ancora non l’ho fatto. Resta il fatto che queste novità sulla camorra si aggiungono alle irregolarità delle provette che vennero utilizzate in quel controllo. Credo che un giorno si possa giungere alla verità, se solo un testimone di decidesse a parlare. É un passo in più questo».
Sono passati diciassette lunghi anni da Campiglio, oltre dieci dalla pubblicazione del libro di Brunel. Indubbiamente, qualcosa è cambiato nelle indagini soprattutto nell’ultimo anno e mezzo. Resta da capire però quanto ancora ci si possa spingere avanti: «Abbiamo saputo negli anni quanto l’Unione Ciclistica Internazionale fosse un organismo poco limpido, basti pensare al rapporto che c’era con Lance Armstrong. In quel periodo, nel ciclismo non c’era un clima molto sano e molte cose si sono sapute solo in seguito. Partendo da questa riflessione credo che si possa trovare ancora molto e soprattutto si possa ancora dubitare di tutto. Ho sempre pensato, e continuo a pensare, che la figura di Marco Pantani disturbasse l’ordine delle cose. Perciò qualcosa può ancora succedere».

«Qualcuno parli»

La domanda qui sorge però spontanea: perché fu necessario un giornalista francese per scrollarsi di dosso quella verità di comodo? «É una domanda molto difficile, però certi giornalisti italiani hanno sempre cercato la verità. Alcuni giornalisti di Bologna sapevano tante cose ma non riuscivano a scrivere liberamente lavorando a stretto contatto con il tribunale ed il giudice. Sul piano sportivo invece è tutto molto opaco, perché vige il segreto medico, poi quello diplomatico e ancora quello della federazione. Negli anni seguenti tanti ciclisti della generazione di Pantani hanno avuto problemi con il doping, e allo stesso modo credo che Marco non fosse diverso in questo senso. Però lui ripeteva spesso di essere stato martirizzato, era consapevole, intelligente, lucido. Per questo aspetto ancora che qualcuno parli».

«Una visione cristiana»

In molti hanno chiesto, soprattutto in questi giorni, che Pantani venga lasciato in pace perché trovare la verità dopo diciassette anni è difficile. Cosa ne pensa Brunel? «Mi sembra una visione molto cristiana della vicenda. A mio parere la cosa essenziale rimane la verità, non è una questione di lasciarlo in pace. Se un giorno qualcuno lasciasse uscire la verità, se qualcuno si decidesse a parlare, sarebbe meglio per tutti, per noi e per lo stesso Pantani. Io in questi ultimi tempi mi sono un po’ fatto da parte, ho preso le distanze, perché se non ho niente in mano preferisco non scrivere. Preferisco avere delle certezze, e non è mai troppo tardi per averle».


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