Mercoledì 03 Dicembre 2008

"Al Varese più bello della storia scipparono la A.
Tornerò a Masnago per il centenario"

VARESE C’è una squadra che spopola in serie D, e il suo condottiero è uno di noi. Il Siracusa domina il girone I con dieci punti di vantaggio sulla seconda: in panchina siede Gaetano Auteri, protagonista del “miracolo a Varese”. Era uno dei mortiferi terminali del “casino organizzato” di Eugenio Fascetti: a vent’anni s’arrampicò sullo Stivale e in biancorosso divenne uomo, in tre campionati ricchi di sorrisi e di applausi.
Auteri, sa che qui si ricordano ancora di lei?
E io di voi: seguo con grande affetto le vicende del Varese, ci gioca anche il “mio” Casisa, che ho avuto a Gallipoli. Arrivai a Masnago, per una settimana di prova, alla fine della stagione ’80/81: vidi i miei futuri compagni salvarsi all’ultima giornata battendo il Pisa. Piacqui al mister, Colantuoni e Marotta mi presero dal Siracusa per 110 milioni: una bella cifra per un signor nessuno. Debuttai in B con la Cremonese di Vialli: che brividi. Fui anche un bell’affare: nell’84 passai al Genoa per un miliardo e 400 milioni.
Flash della sua Varese.
Eravamo un gruppo perfetto, con tanti giovani e chiocce del calibro di Vincenzi, Cerantola, Di Giovanni. Noi ragazzini vivevamo insieme in una palazzina di via Dandolo: tutti sentivamo l’eccitazione della prima esperienza lontano da casa. Avevamo talento e prospettive, l’ambiente ci aiutava a crescere e a far bene. Il primo anno fummo straordinari: mancammo per due punti una storica promozione in serie A.
Tiriamo a indovinare: è il ricordo più bello, ma anche il più brutto.
Sì, la sconfitta con la Lazio non mi è mai andata giù. Fu una partita particolare: andammo facilmente sul 2-0, poi le strane decisioni di Agnolin ribaltarono tutto. Sono passati più di 25 anni e la sensazione dello scippo, invece di attenuarsi, si è fatta sempre più forte: la Lazio era un club potente in difficoltà. Col senno di... molto poi, resto convinto che quel giorno fummo vittime di qualcosa di extracalcistico.
Fascetti ha detto: quel Varese è stato la mia squadra più bella.
Un riconoscimento che a noi giocatori fa immenso piacere. Il nostro era il calcio del futuro: andavamo a mille all’ora mentre gli altri camminavano. Ci mettevamo ritmo, aggressività a tutto campo, esuberanza caratteriale, grande preparazione atletica grazie al professor Arcelli: tutte cose che oggi si danno per scontate.
Descriva l’Auteri calciatore.
Un ragazzo di ottime qualità, che segnava parecchio, sempre su azione: non tiravo i rigori. Purtroppo proprio negli anni biancorossi pagai il dazio di due menischi rotti, che allora erano infortuni non banali: pur saltando diverse partite riuscii a dare il mio contributo.
Il gol da incorniciare?
Ne feci di più belli, ma uno lo porto nel cuore: guarda caso sempre contro la Lazio di D’Amico e Giordano, stavolta a Masnago. Rientravo dopo quattro mesi di stop per il ginocchio, rivedo l’azione come se fosse adesso: Salvadè crossa basso e forte dal fondo, Di Giovanni fa un velo geniale, la palla mi arriva a centro area e in quel destro al volo metto tutta la mia rabbia. Porto il Varese in vantaggio, vinciamo 2-1 e vendichiamo in qualche modo il furto dell’anno prima.
È rimasto in contatto con qualche ex biancorosso?
Negli anni ho sentito e incrociato sui campi Mauti, Strappa, Cerantola. Ho rivisto anche altri che non sono rimasti nel calcio. Anche se la vita a volte è una diaspora, i bei gruppi non si sciolgono mai.
Ha smesso di giocare presto.
A trent’anni: mi resi conto che imbottendomi di antidolorifici per il ginocchio ballerino avrei messo a repentaglio la mia salute e la normale quotidianità. Al Leonzio, poi Atletico Catania, ho cominciato subito ad allenare: non figuro negli almanacchi perché ero senza patentino, ma guidavo già la squadra in serie C.
Non ha saltato un gradino della gavetta.
Mi sono occupato dei portieri, ho fatto il preparatore atletico, l’allenatore in D, C2 e C1. Partire dal basso, portando e arricchendo la propria esperienza, è fondamentale. Adesso sono tornato a casa, per riportare tra i professionisti la squadra della mia città. La serie C manca da 14 anni, un’eternità che fa soffrire la gente: perché il pallone, qui, è soprattutto un volàno sociale.
Ha rinunciato a panchine più prestigiose.
È il richiamo della foresta. Sono sceso di tre categorie perché amo la mia terra, credo nel riscatto calcistico di Siracusa e nel progetto della società: lavorare qui è emozionante. Stiamo tenendo una media pazzesca, 38 punti in 14 partite: guai, però, a sentirci già promossi. Questo, comunque, è solo l’inizio: il punto d’arrivo è la serie C1.
È più tornato dalle nostre parti?
Veramente no, saranno almeno dieci anni che non vedo Varese.
Il centenario del 2010 è una buona occasione...
Sa cosa le dico? Mi autoinvito fin d’ora.
Stefano Affolti

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