Il filo biancoblu nella vita del sergente Bersellini

È scomparso a 81 anni l’allenatore del 12° scudetto dell’Inter, passato da calciatore anche da Busto Arsizio

È come se avesse salutato la compagnia uno di famiglia la scomparsa di Eugenio Bersellini, avvenuta ieri a Prato all’età di 81 anni.

Lo è per Carlo Muraro, suo giocatore all’Inter a cavallo degli anni settanta/ottanta con la conquista dello scudetto nel 1980 e c’è anche tristezza fra i tifosi della Pro Patria, quelli con qualche capello bianco, quelli che hanno avuto però la fortuna di vedere la Pro in serie B. Bersellini vestì la maglia biancoblù nella stagione 1962/63 con appunto la Pro in cadetteria. E con quegli stessi colori Muraro, nelle vesti di allenatore, vinse il campionato di serie C2 2001/2002 portando la Pro in C1 dopo ventanni dall’ultimo successo. C’è dunque un filo biancoblù che tiene assieme questi due personaggi che in età ed in tempi diversi si ritrovarono a difendere i colori nerazzurri del Biscione.

«Quando vivi cinque anni tutti i giorni con una persona direi che è un tempo molto lungo – commenta l’ex bomber interista – ed ovviamente quando viene a mancare non puoi certo stare indifferente. Sono stati cinque anni di successi e di sconfitte e forse avremmo potuto vincere anche di più, ma queste sono cose che dici dopo. All’epoca eravamo un gruppo di giovani e ben nove venivano dal settore giovanile e quindi probabilmente la società aveva voluto una figura autorevole, maniacale nel rispetto delle regole, ed a volte anche dittatoriale per tenere saldo il gruppo. Però noi abbiamo saputo subito fare gruppo e, probabilmente, la provenienza dal vivaio, ci aveva trasmesso il senso di appartenenza e su certe cose sorvolavamo proprio per il bene di tutti, dell’Inter».

Muraro è persona schietta e questa non è sicuramente una qualità di adesso (molto apprezzata la sua lucidità nei commenti alle partite su Sky), ma è parte del suo dna e non nasconde che con «Bersellini ho avuto dei diverbi, cose di campo per intenderci, e sarebbe troppo facile o troppo semplice parlarne ora che non c’è più. Sono cose che sono sempre rimaste tra di noi ed a maggior ragione voglio che rimangano tra me e lui ora Bersellini non c’è più. Mi ha chiesto delle cose che non sempre ho fatto, anche perché ero giovane, ma a ben guardare ci ho perso. Però è sempre stato una persona onesta e devo dire anche sincera. Una persona amante del suo lavoro e molto attento, forse fin troppo, alla parte fisica e atletica. Ci ha spremuti sotto l’aspetto fisico».

Anche a fine carriera, i contatti non si sono però mai interrotti anche se erano limitati «ad una volta all’anno quando ci sentivamo ed una volta è venuto anche a trovarmi in ritiro a Tabiano con la Pro Patria. Lui, abitando a Borgotaro era lì vicino».

Breve il passaggio alla Pro Patria con diciassette presenze ed un gol, ma soprattutto un’amicizia con Pippo Taglioretti, l’irraggiungibile capitano tigrotto con le sue 389 maglie e con il giornalista Ottavio Tognola. Che racconta:«Al termine della partita in casa della Pro, accompagnavamo Eugenio alla stazione per andare a Brescia dove abitava. Come giocatore lo ricordo un bravo playmaker con una bella visione di gioco e forse le derivava dalle sue origini di giocatore di pallacanestro prima di dedicarsi al calcio. E’ rimasto un solo anno però l’amicizia è andata avanti negli anni. Quando a Fagnano, dove io ed il Pippo abitiamo, inaugurammo il campo sportivo, chiamammo proprio Bersellini e Muraro e ricordiamo quella giornata con piacere». È quell’invisibile ed indistruttibile filo biancoblù.


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