La mia maratona

La mia maratona

Il nostro Kevin domenica ha corso i 42195 metri dal ponte di Verrazzano a Central Park: direttamente da New York, ci racconta tutte le emozioni, la fatica e la bellezza della corsa più famosa del mondo

Last damn bridge. L’ultimo dannato ponte. Passato quello, è tutto in discesa. Cioè, in piano. Di discese a New York se ne sono viste ben poche. Quel cartellone sventolato da un afroamericano sul ciglio della strada suona come una speranza. O è una presa in giro? Chissenefrega. Ci crediamo? Sì, ci crediamo. Uhm, e se ha scritto una sciocchezza? Non pensiamoci, continuiamo a correre. A lui, a quel quarantacinquenne - o giù di lì, l’occhio non cade sui personaggi ma sempre sulle migliaia, bellissime, incredibili scritte con cui ti inseguono per tutto il percorso - a pochi chilometri (scrivere “pochi” fa ridere. Ora) un pensiero è andato. Avevi ragioni, caro newyorkese quarantacinquenne. Era l’ultimo ponte. Ma sulla discesa non c’hai preso. A te, carissimo, è andato il pensiero in uno dei momenti più critici della gara. Ma non averne a male se sulla finish line della Maratona di New York, la testa era altrove.

Il Samurai Tom Cruise

Che cos’è la Maratona di New York? Ora, la mattina dopo - sono le 6.30 del mattino a Ny - pensare di doverlo scrivere o raccontare fa ridere. Perché nella testa c’è il caos, nel cuore la parata del 4 luglio.

La Maratona di New York inizia alle 5.30 del mattino. Anzi, magari. In realtà la Maratona inizia molto prima, tra le coperte e il cuscino, mentre il corpo prende a calci la mente. Paradossale. Dormi, dormi, dormi, dormi, dormi, dormi, dormi, dormi. Ti alzi. Un giro per la stanza, una tappa in bagno e… sbam. La sveglia. Damn it. Guardi la tua ragazza accanto a te. Anche lei è qui per correre. Anche lei è a New York per la gara più famosa al mondo. Anche lei ha due fanali al posto degli occhi. It’s time. Sì, è il momento. Regna il silenzio. Anche durante la “vestizione”.

Calze, scalda muscoli, pantaloncini, maglietta ufficiale della corsa - ci mancherebbe -, maglia personalizzata con il nome. Che giustamente, hanno ricordato dalla regia nei giorni prima della partenza, va scritto davanti e non dietro in stile calciatore: devono incitarti quando passi o quando sei già andato? Il Caio è saggio. La cerimonia continua. Sembra di essere il samurai Tom Cruise. È forse riverenza quella che si annusa nell’aria? È il rispetto per il momento e per la concentrazione dell’altro? Macché, è solo quella fottuta cosa chiamata paura.

Che cos’è la Maratona di New York? Sono i sorrisi degli sconosciuti sul pulmino delle 6, sono le strade della grande città che si riempiono piano. È quello strano viaggio sotto il One World Trade Center. Giri attorno a quel monumento alla vita, circumnavighi quella Freedom Tower, la torre della libertà, un cenno alla scuola di cinema e attori, una svolta a destra. Due passi e si sale sullo Staten Island Ferry. C’è chi dorme e chi ci prova, c’è chi mangia, c’è chi fa le foto alla Statua della Libertà che si affaccia là davanti, e c’è chi fa le foto a chi fotografa la Statua della Libertà là davanti. Giornalisti. Che cercano la cosa figa. Siamo tutti uguali. (Sì, l’ho fatta anche io). Sale.

Bangherang

Il campo maratoneti, ai piedi del ponte di Verrazzano, è bellissimo. Uno spettacolo di colori, una festa incredibile. Gente vestita da Elvis Presley, altri da folletto irlandese con tanto di cappotto e barba ruggine, qualcuno con costumi da dinosauro. Sembra una normale mattinata bangherang con i bimbi sperduti sull’isola che non c’è. Chi c’è invece sono le code chilometriche - chilometriche - per i bagni chimici, sono gli stand per i bagels, per i gel pre corsa, per una tazza di acqua calda o di caffè. Chi c’è sono i brasiliani che si incontrano con dei colombiani e si salutano con l’hang loose - il saluto dei surfisti, quello di Ronaldinho insomma -, sono le fatture che dovresti emettere per quanti italiani ti han chiesto consulenza, sono le preghiere verso il cielo perché quelle nuvole grigie spariscano all’istante e non facciano cadere niente.

“I corridori della wave quattro possono cominciare ad avvicinarsi al corral”. Sta salendo.

L’amico Dustin

È salita. Tutta. Questo fa la vista di migliaia di persone sopra al ponte di Verrazzano. Questo fa l’inno americano che risuona nell’epico silenzio che separa dal via. Questo fanno i pochi secondi immediatamente prima della partenza della Maratona di New York. Boom. Il cannone ha parlato. Piove. Dustin Hoffman nella testa. C’è vento. Cazzo. Si parte. Hulk o Capitan America? Per tutti i quarantadue chilometri e i centonovantacinque metri solo una cosa ti rimbomba in testa. Maledetto me, maledetto te che corri accanto, maledetti tutti. Visualizzi la finish line, il traguardo visitato e calpestato il giorno prima, il mostro guardato e sfidato dritto negli occhi. Ci siamo, stai bene, ce la puoi fare. In scioltezza anche. Alla faccia di tutti questi che stano facendo fatica. Sfigati. Si corre con il naso all’insù, verso il cielo, verso il panorama che accompagna per tutta la corsa. Magnifico. Primi 5 chilometri, tutto a posto. Alla grande. È così facile? Prossimo step, i primi 10. Sono qui.

Intanto, davvero, la gente è incredibile. Lo spettacolo vero è fuori, dietro le transenne. Che bellezza. Gente che non ti conosce, legge il tuo nome sul petto (Sì, Caio…), la fatica sul viso, il sogno negli occhi e ti chiama, ti urla, ti sprona. Gente con cartelli di supereroi: that’s you, man! Uno in particolare era fichissimo. “Touch here for power”, schiaccia qui per l’energia. Era griffato Hulk. Oppure con i colori di Capitan America? Boh, intanto l’hai schiacciato. Ragazzi, donne, belle newyorkesi, bambini, anziani, cani, poliziotti, marathon staff: tutti che ti tendono la mano o una zampa. Un cinque. Energia pura. Ti gasano. Voli. Arrivi al decimo. Di già? Andiamo.

Forrest Gump, levati

Il momento più brutto della Maratona di New York? Il muro, the wall, certo. Ma ne parleremo dopo. L’altro momento buio è stato attorno al 20esimo chilometro. Gambe? Ok. Testa? In caos, ma ok. Vanessa? Ehi aspetta, dov’è? Fermo ad uno dei pit-stop ad ingozzarsi di Gatorade non trovi più la tua ragazza. Inghiottita da quel fiume di gente. Pensi a Simba in mezzo alla mandria di gnu impazziti. Dove sei dove sei dove cazzo sei finita devo ritrovarti dio non posso averla persa adesso dobbiamo finirla insieme questa diavolo di maratona siamo venuti apposta dai ma che sfigato sei che l’hai persa di vista e ora cosa penseranno tutti quelli che lo vedranno sul tracking vedranno che lei è più avanti di te e che sei una schiappa o che lei è più indietro di te e sei uno stronzo dio aiutami a ritrovarla cazzo Vanessa ma perché non ti sei guardata indietro dove sei dove sei dove sei.

Forrest Gump chi? Non si dovrebbe fare, mai, ma metti il turbo. Guardi l’orologio. Corri a 5.10. tantissimo. Uno, due, tre chilometri così. Dove sei? Arrivi sul Queensboro Bridge. Una mattonata di oltre un miglio praticamente tutto in leggera salita. La strada è stretta, sarà qui. Deve essere qui. È qui lo sai non perdere nessuna maglia bianca guardale tutte e trovala avvicinati da dietro e dille una frase ad effetto per fare il figo sì va bene basta stronzate e trovala adesso. Ultimo tratto in discesa, giri a sinistra, vialone infinitamente lungo. E sbam. Ti ha trovato lei.

Interstellar

L’altro momento peggiore? Il muro. Sì, le leggende sono vere. Quel 32esimo chilometro è bastardissimo. È la cosa peggiore che ti possano fare. È un falegname che ti sega lentamente le gambe, partendo dalle dita dei piedi, poi le caviglie, poi le ginocchia.

Poi, sei come Interstellar. Al centro di un buco nero c’è la singolarità dove nemmeno la luce arriva. C’è il buio. È il muro, the wall. Da qui, può succedere di tutto. La legge di Murphy. Tutto quello che può accadere, accadrà. Nel male ma anche nel bene.

La finiremo questa cazzo di maratona sarà nostra andrà bene arriveremo a quella dannata finish line e alzeremo la braccia al cielo maledetto caio te e il tuo entusiasmo ti odio ma ti amo ti odio ma ti amo dio che fatica non ce la faccio più voglio morire altro che sfigati gli altri sfigato io che ho fatto il bullo e il gallo dio ma quanto manca ancora dieci dieci eh sì ridi cazzo ridi che stai per morire caio corrila con noi la prossima mamma guardami papà dovresti venire anche tu a new york ti esalteresti Alec ho visto un cartellone di stringer things gigante ehi perché tu corri più di me aspettami tirami if trump can run you can run too oddio ahaha ma chi è quel genio che ha fatto quel cartellone eh si come on kevin ma hai capito che sono trentadue cazzo di chilometri che sto correndo dai kevin il cucchiaio non esiste Keanu reeves matrix neo dio dai dai dai.

Quaranta chilometri, là davanti c’è Columbus Circle.

La 25esima ora

Ci siamo. La mente vuole solo piangere. Il corpo sta già piangendo. Manca poco. Caio manca poco guardami. Ci siamo. Ci siamo. Siamo lì. Siamo vivi. Guardi Vanessa: in tutta quella fatica e quel dolore c’è un piccolo sorriso di complicità. Ce l’abbiamo fatta. Siamo dei maratoneti. Mano nella mano, alzate al cielo sulla finish line. Siamo sulla finish line. Quattro ore e quarantaquattro minuti. Sotto le cinque ore. Ce l’abbiamo fatta. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Lacrime. Fanculo alla fatica, ai piedi, alle gambe, ai calli, ai crampi, al lavoro, all’aereo, agli occhiali pieni di pioggia, a chi ti stressa, a quello che ha vinto in 2 ore e 10, a Edward Norton.

Ho vinto la mia Maratona. Non c’è parola o frase che lo possa descrivere. È speciale.

Will Hunting

Che cos’è la Maratona di New York, dunque? Sembra di essere nello studiolo di Robin Williams per una seduta di psicanalisi. Non ci andiamo troppo lontano.

Che cos’è la Maratona quindi? La TCS New York Marathon è un’estate passata a correre sulla pista ciclabile del Lago di Varese, è la sveglia alle 8, è il nervoso del non poterti mai riposare perché devi correre, è l’entusiasmo condiviso con tutti, sono i monologhi agli amici, sono le duemila barrette mangiate, i calli sui piedi, le unghie nere, la cugina che ti dice che sei troppo magro, il piattone di pasta non divorato, è il giapponese pagato con il senso di colpa, la birra non bevuta o sorseggiata solo a metà, quell’uscita rifiutata (e chi non ha voluto o potuto capire, si fotta), è Vanessa che ti guarda con l’orologio in mano perché ci stai mettendo troppo a scrivere della tua gara (grazie per la pazienza), è la foto postata con orgoglio su Instagram, sono i commenti su Facebook o per messaggio che ti fanno sentire al centro del mondo, è l’emozione di sentirti un Dio perché hai corso una, anzi, La maratona.

È l’entusiasmo di avere, per una notte - anzi due o tre - qualcun’altra con cui dormire. Una splendida e bellissima medaglia.

Ecco, questa più o meno è la Maratona di New York.


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