«Sarei onorato della cittadinanza. In Europa mi chiedono di Varese»

«Sarei onorato della cittadinanza. In Europa mi chiedono di Varese»

Intervista a tutto tondo con Dino Meneghin, dopo la proposta di farlo diventare varesino onorario

Dopo aver votato con esito positivo la cittadinanza onoraria per Gianmarco Pozzecco, martedì sera il consiglio comunale di Varese ha sottoscritto la mozione per estendere la cittadinanza onoraria ad un altro campionissimo del basket cittadino, Dino Meneghin.

Una proposta a cui hanno aderito tutti i gruppi consiliari, e che verrà votata il prossimo 30 novembre, con probabile plebiscito anche in questo caso. Superati i due passaggi formali delle votazioni, una già avvenuta per Pozzecco e l’altra prevista, come scritto, per Meneghin, il presidente del consiglio comunale Stefano Malerba stabilirà la data della cerimonia ufficiale, tra il 15 ed il 22 dicembre, a ridosso di Natale. Un momento bello ed entusiasmante per la città così come per queste due leggende, che legheranno a doppia mandata il loro nome a quello di Varese. Dopo averlo già fatto sul campo.

A Dino Meneghin, raggiunto telefonicamente, abbiamo chiesto conto di questa imminente cittadinanza onoraria.

Come ha accolto la proposta del consiglio comunale di Varese di promuoverla cittadino onorario?

L’ho saputo grazie ad Aldo Ossola, che mi ha telefonato chiedendomi se la proposta mi piacesse. Perbacco se mi piace, sono onorato di poter ricevere questa cittadinanza. Ho avuto anche modo di leggerlo poi attraverso i giornali e ripeto, mi ha fatto davvero piacere, l’accolgo con gioia. Io sono in Lombardia dal 1958 e mi sento ormai lombardo d’adozione. Vivo a Milano dal 1980 ma a Varese ci vengo spesso, praticamente sempre, un po’ per Andrea ed un po’ per mio fratello. Sono felice che questo riconoscimento sia stato dato anche a Gianmarco Pozzecco, perché mi piace come persona, come giocatore poi non si discute. Lui ha sposato l’idea di Varese fin da subito, dalle sue parole si capisce ogni volta quanto voglia bene alla città.

Cosa significa e cosa ha significato Varese per lei in quegli anni?


Per spiegarlo vi posso dire che ogni qualvolta io viaggio per l’Europa, mi capita spesso di incontrare qualche spagnolo, qualche greco oppure qualche israeliano che mi riconosce, mi ferma e mi chiede della Ignis Varese. Ricordano ancora le nostre partite, Varese è nell’immaginario di molte persone della nostra età. La città è rimasta nella storia sportiva ed è sempre un piacere ricordare.

Ne approfittiamo, avendola qui, per farle qualche domanda sul basket: le capita ancora di andare al palazzetto?


Vi dico la verità, no, non vado più a vedere nemmeno Milano. Ma non perché non mi piaccia, semplicemente perché dal vivo io soffro troppo, ho l’anima del tifoso. Solo il tragitto da casa al palazzetto mi fa salire l’agitazione come quando giocavo. Penso che questo sia un sentimento che provano tutti gli ex giocatori che sono stati sul campo ed hanno sofferto o gioito. Un giocatore non smette mai di esserlo. Però continuo a guardare il basket in televisione, quello di sicuro.

Avrà avuto anche modo di vedere la Varese di Caja: che impressioni le ha dato in questa prima fase della stagione?


Si è trovata da subito a dover affrontare le più forti del campionato, però ha sempre lottato fino in fondo. Forse ha sofferto solo la prima con Venezia, però nelle altre ho sempre visto lo spirito di Caja. Che è la cosa principale, quello che mi piace particolarmente è proprio l’anima di questa squadra. Se uno non entra con il fuoco dentro rischia sempre pessime figure, mentre Attilio ha dato a questa squadra la maniera giusta di vivere la partita. E questo piace inevitabilmente anche al tifoso, che apprezza perché vuole vedere gente che si impegna, pur riconoscendo quando c’è il valore superiore degli avversari. Comincia ad amare la squadra per l’impegno, poi i risultati pian piano arrivano per forza. Il lavoro e l’impegno sono da sempre una buona carta d’identità.

Del campionato visto finora, e anche delle coppe, che idea si è fatto?

Brescia è la sorpresa del momento e merita di stare in testa alla classifica, anche perché esprime un bel gioco. La cosa che più mi piace di questa Serie A è l’equilibrio, non ti trovi mai a vedere una partita scontata. Le coppe portano alcune squadre che non sono abituate al doppio confronto a far fatica, per via dei viaggi e del poco recupero. Serve essere preparati mentalmente ma credo sia questione di abitudine, di organizzazione e di mentalità.

Dopo questo weekend di campionato il basket europeo ritrova dopo diversi anni le finestre per la nazionale: si è dibattuto molto rispetto a questo, qual è il suo pensiero


Anzitutto approfitto per dire che sono felice che Meo Sacchetti sia l’allenatore della nazionale. Con la maglia azzurra abbiamo giocato insieme, è un buonissimo allenatore, conosco il suo spessore e mi sembra l’uomo giusto per far crescere un gruppo giovane che deve mettersi in mostra. Non ci saranno i giocatori Nba e quelli d’Eurolega, sarà dunque un’occasione per gli altri di mettersi in luce in campo internazionale. E credo che questo sia anche un modo per tifare la nazionale anche durante l’anno, in partite che hanno una loro importanza. Anni fa, con Tanjevic e Recalcati si giocava durante l’anno ma le società si lamentavano perché non avevano a disposizione i giocatori. Si decise dunque di spostare tutto in estate, ma i giocatori si lamentano perché non possono riposare e le società perché non possono allestire come vogliono le squadre. Ora che li riportiamo a giocare con le nazionali durante l’anno, sento ancora troppe polemiche: per me la nazionale è la cosa più importante che ci sia, ancora più dei club, perché dà lustro e visibilità ai giocatori. Anche qui, è una questione di abitudine se parliamo di ritmi, in Nba si giocano quattro partite a settimana. Per i nostri giovani è un buon modo per farsi vedere e di capire a che livello sono contro altre nazionali.


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