Venerdì 19 Settembre 2014

«Varese esempio di calcio umano

E finalmente ci metterò la faccia»

La prima campanella per Stefano Bettinelli a Coverciano suonerà lunedì 29 settembre, quando incomincerà il corso di abilitazione che consegna agli allenatori il patentino di prima categoria. Bettinelli potrà diventare così responsabile tecnico del Varese, squadra in cui è cresciuto alla fine degli anni Settanta, quando vestiva la maglia degli Allievi e giocava le partite di metà settimana contro i biancorossi di Eugenio Fascetti, facendosi apprezzare per la sua grinta. Lo stesso carattere guida oggi il «Varese 2.0», per usare l’espressione coniata dal presidente Nicola Laurenza.

Bettinelli, come ha vissuto le ultime settimane, quando non sapeva ancora se sarebbe stato ammesso a Coverciano?

Molto male, perché il fatto di non potermi esprimere limitava il mio lavoro, che non si svolge solo sul campo. Non potermi presentare in sala stampa è stato frustrante, soprattutto dopo la sconfitta di Carpi, quando non ho avuto la possibilità di metterci la faccia, come faccio sempre, per spiegare le mie scelte.

Ai tempi di Fascetti lei era una delle promesse del vivaio, oggi ha molti giovani in squadra. Dove riusciranno ad arrivare i suoi ragazzi?

Per sopravvivere il Varese ha bisogno di costruire al proprio interno i suoi giocatori. Lanciare i giovani mi stimola: i miei ragazzi ci aiuteranno a diventare ancora più solidi e forti.

Quanto pesa la crisi finanziaria nel mondo del pallone?

Credo che la crisi sia da considerare come una grande opportunità per riportare il calcio alla dimensione naturale. Nelle stagioni passate si è persa la misura della vita reale e qualcuno ha tentato di vivere al di sopra delle proprie possibilità, sottovalutando il valore dei soldi. Questo ha fatto in modo che alcuni valori si perdessero di vista. Io credo nelle persone e so bene che non è il denaro a misurare le capacità di un uomo: chi guadagna tanto non vale di più di chi guadagna poco.

Nessuno meglio di lei incarna la varesinità, ed è per questo forse che su Wikipedia hanno sbagliato il suo luogo di nascita, mettendo Varese invece di Milano. È cresciuto con la maglia biancorossa appiccicata addosso come una seconda pelle. Che cosa significa per lei allenare questa squadra?

È un motivo di orgoglio immenso. Non direi di grande responsabilità, ma sicuramente di grande difficoltà, perché sento che le aspettative sono altissime e i confronti sempre in agguato.

Come fa a cogliere sempre l’aspetto positivo da ogni situazione?

Perché, come dicevo prima a proposito della crisi economica, tutto può diventare un’opportunità e anche dalle difficoltà si può ottenere un successo.

A proposito di difficoltà, la situazione economica del club ha tagliato i ritiri casalinghi e tanti giocatori sono stati costretti ad abbassarsi lo stipendio o spalmare l’ingaggio. Quanto è difficile andare avanti così?

Le difficoltà di cui qualcuno parlo io non riesco a vederle... Quando sono entrato per la prima volta nello spogliatoio e ho guardato negli occhi i ragazzi, quando li ho visti entrare in campo per il primo allenamento, ho ricevuto solo sensazioni positive e forti. Le stesse che ho dopo ogni partita e ogni seduta della settimana. Sono strafelice di avere questa squadra e sono sicuro che farà un ottimo lavoro. Non la cambierei con nessun’altra.

Che cosa serve al Varese?

Poter lavorare in serenità e basta.

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