Anche l’arte varesina celebra la Resurrezione. Con un affresco storico nascosto e riscoperto

Anche l’arte varesina celebra la Resurrezione. Con un affresco storico nascosto e riscoperto

Nell’XI cappella al Sacro Monte è conservato un capolavoro occultato e “rinato” solo nel 1991

La Resurrezione di Gesù narrata dall’evangelista Matteo. «Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. Ma l’angelo disse alle donne: Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesè il crocefisso. Non è qui. È risorto come aveva detto: venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è resuscitato dai morti e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco io ve l’ho detto. Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli».

Il significato della Pasqua

Secondo la spiegazione più antica, la Pasqua alle origini era un rituale legato al nomadismo della società ebraica che nel plenilunio di primavera rinnovava il rito della transumanza alla ricerca di nuovi pascoli .

Una prima trasformazione del significato delle origini avviene con l’Antico Testamento, come replica spirituale del cammino di liberazione degli antenati attraverso il deserto d’Arabia, ai margini della terra di Canaan, all’epoca dell’esodo dall’Egitto, che segna l’intervento di Dio che risparmia il popolo eletto per sterminare gli oppressori piombando letteralmente con l’angelo sterminatore sulle tende degli Egiziani (esodo, cc 12-13). Non un semplice rito cultuale ma attraverso la dimensione storica degli eventi narrati si fa memoria dell’intervento rivoluzionario e salvifico di Javè.

Con il Cristianesimo la Pasqua diventa la celebrazione della morte, della Resurrezione e della Glorificazione del Cristo, un evento ritenuto il principio della salvezza per l’umanità intera che si compie attraverso l’immolazione di Cristo, nuova vittima pasquale.

L’Undicesima cappella

Un tema, la Resurrezione, che artisti diversi fra loro per epoche e forme di espressione, celebrano con le loro opere d’arte, vettori di ricerca e riflessione attorno al mistero luminoso e affascinante che descrive, ancora una volta, la presenza di Cristo fra i suoi, nella storia. L’arte, come i Vangeli, non racconta e non descrive mai il momento della resurrezione ma piuttosto racconta del Risorto, dell’esaltazione pasquale del Cristo, comprendendo bene che l’evento storico cade anche nell’ampia sfera del divino e quindi della fede.

Gianfranco Ravasi, con una immagine forte, dice che il mistero della Resurrezione non può semplicemente essere ridotto alla rianimazione d’un cadavere, fatto già straordinario di per sé.

Dopo l’umanità di Gesù testimoniata dalla sua morte, il mistero della resurrezione attesta la sua “esaltazione” o “glorificazione”, la sua appartenenza cioè ad una sfera diversa e inaccessibile da quella alla quale appartiene la realtà umana: quella divina.

Nell’Undicesima cappella al Sacro Monte di Varese, compiuta entro il 1623 su disegno di Giuseppe Bernascone, è allestita la scena della Resurrezione con il gruppo plastico di nove figure realizzato da Francesco Silva (1622), almeno per tre delle figure meglio riuscite: il potente Cristo Risorto e le due figure in primo piano sedute una a destra e una a sinistra. Le altre, caratterizzate da uno stile fortemente veristico che bene esprime la reazione a ciò che è appena accaduto, se ci si attiene a quanto scrive il Ferrario (1688), si potrebbero assegnare con riserva alla mano di Bartolomeo da (o di) Castagnola (Colombo, 2002).

Indipendentemente dalle ipotesi attributive, resta la firma e la data del Silva apposta sulla base in cotto che fa da seduta alla statua in primo piano a sinistra, riscoperta durante il restauro del 1991.

Più tardi, tra il 1650 e il 1654, il pittore Isidoro Bianchi realizza ad affresco, a commento della scena plastica, il ciclo delle apparizioni di Cristo dopo la morte: alla Maddalena; alla Madre; ai discepoli di Emmaus. Al di sotto di ciascuno dei tre grandi affreschi del ciclo, è dipinta la resurrezione dei corpi. Sulla cupola è dipinta la Gloria del paradiso, con l’immagine della trinità al centro.

L’affresco “risorto”

Il restauro del 1991 ha permesso il recupero integrale del grande affresco centrale che fa da sfondo alla scultura del Cristo, inspiegabilmente occultato durante precedenti interventi. Raffigura l’apparizione di Cristo alla Madre dopo la resurrezione, un tema iconografico non menzionato nei Vangeli ma ricavato dalle Meditationes vitae Crhisti di giovanni dè Cauli (XIV secolo).


© RIPRODUZIONE RISERVATA