La storia di Mariuccia il vero “angelo” di Belforte

La storia di Mariuccia il vero “angelo” di Belforte

La donna era stata l’infermiera della Quiete più conosciuta in città e anima del popoloso quartiere

Mariuccia è Belforte. È stata, è, lo sarà sempre, anche ora che manca, fisicamente, da settembre. Sarebbe entrata, pochi giorni dopo, nella sua novantaquattresima primavera, una primavera infinita in quello sguardo chiaro che aveva visto tanto, amato tanto, curato ancora di più. Era stata l’infermiera della Quiete più conosciuta in città, la Meri del Castello. Mariuccia Caccia, così si chiamava, alla sua veneranda età, fino all’ultimo inverno che aveva vissuto si infilava il giubbotto rosso da garibaldina, inforcava fiera la bicicletta alla quale avevano sistemato un poco il manubrio per un dolore alla mano che ultimamente non la lasciava in pace e scendeva a fare le punture agli ammalati del quartiere. Se trovava qualche macchina parcheggiata sulla pista ciclabile, che riteneva fosse stata pensata su misura per lei, le veniva la tentazione di tirarle un’ombrellata: poi si tratteneva, perché era una signora, anche se voleva essere chiamata solo Meri, Meri e basta, anche se aveva raccolto le confidenze di mezza Varese, gli ultimi sospiri di Liala che era spirata fra le sue braccia, il sorriso dolce di donna Luisetta Molina dimenticata da tutti, benché fosse stata la più grande benefattrice della città: da tutti, fuorché da lei.

Aveva lavorato una vita alla Quiete, e si era votata agli altri dopo essere rinata da una grave malattia che a dieci anni stava portandole via una gamba: ma a Venezia le cure al Lido avevano fatto il miracolo. E da subito aveva preso ad girare in bici, quella stessa bici che – accomodata negli anni - le avevano rubato poco prima della pedalata di Biumo, agli inizi di luglio: l’avrebbe fatta come tutti gli anni. Da allora non si era più ripresa. Bellissima, filiforme, alta, una nuvola candida di capelli ad incorniciarle l’incarnato di perla, aveva conquistato il suo Sergio, operaio all’Aermacchi, tanti anni prima, con la sua eleganza battagliera e il suo intercalare baldanzoso, misto fra lingua franca e dialetto belfortese, quello che li vedeva recitare in coppia nelle commedie dialettali del Talamoni, che era stato suo insegnante all’istituto commerciale. Al Castello, la compagnia Rame ce l’avevano portata lei e la sorella Valeria, anche lei attrice alla filodrammatica: nel dopoguerra le cascine che via via si stavano spopolando si riempivano di sedie portate su dal Lazzaretto, con la complicità del prete. E lei, del Castello, era diventata la regina: il nonno Pietro Mentasti era nato proprio lì, nel 1865. «I nostar hinn nassü chi», la diseva; aveva comperato la sua villa dalla signora De Gaudenzi, sposata Tenconi, uno dei proprietari del maniero, che le aveva fatto fare la scuola da infermiera; ma era nata contadina, e contadina aveva partorito la figlia, in quelle stesse mura dove «gh’era stai denter il Barbarossa, e peu il Garibaldi, ma prima l’era stat un convent di frati, quand gh’eran gli spagnoli: una congregazione spagnola», come le aveva raccontato il nonno.

«Hanno trovato una Madonna in una cascina», è stata l’ultima cosa che mi ha detto, in agosto, pochi giorni prima di ammalarsi: in italiano, come quando iniziava un discorso solenne. «Dieci anni fa. Stavano facendo la ristrutturazione del tetto del colonnato. Dall’intonaco è venuta fuori la Madonna: siamo rimasti a bocca aperta. Era dove i contadini mettevano il frumento e il fieno. Ma io ti ho raccontato tutto quello che so. Adesso non dimenticatevi più di lei». Né di lei, né di te, Mariuccia, ci dimenticheremo.


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