«L’ho uccisa io». Testimonianza choc, il killer non è Binda?

«L’ho uccisa io». Testimonianza choc, il killer non è Binda?

Colpo di scena in aula. Daniela Rotelli, amica di Lidia: «Mi fermò un ragazzo, disse di averla uccisa». Secondo la teste era un uomo sul metro e 70, occhi e capelli scuri, di Varese. E all’epoca l’imputato era già in carcere

«Mi avvicinò per strada e mi disse: “Lidia Macchi l’ho accoltellata io”».

Un misterioso reo confesso irrompe nel processo per l’omicidio di Lidia Macchi, assassinata nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987 con 29 coltellate dopo aver avuto il suo primo rapporto sessuale. Paola Bonari, l’amica che Lidia, studentessa varesina di 20 anni, la sera del 5 gennaio 1987 andò a trovare in ospedale dove era stata ricoverata in seguito a un incidente stradale, salvo poi sparire ed essere ritrovata morta il 7 gennaio al Sass Pinì di Cittiglio, scoperchia una sorta di Vaso di Pandora.

Bonari è stata ascoltata ieri davanti alla Corte d’Assise, presieduta da Orazio Muscato, che vede imputato per il delitto della giovane studentessa Stefano Binda, 50 anni, di Brebbia, ex compagno di liceo di Lidia, arrestato nel gennaio 2016 con l’accusa di aver assassinato la ragazza. È la donna, incalzata dalle domande di Patrizia Esposito e Sergio Martelli, difensori di Binda, che le chiedevano di riferire sulle intercettazioni, ad affermare: «Daniela Rotelli (un’amica oggi residente a Mantova, ndr) con la quale mi confrontai dopo l’arresto di Binda mi disse che a fine anni 80, forse nel ’90, un ragazzo la avvicinò per strada e le disse di essere l’assassino di Lidia».

Un giovane che non era Stefano Binda, ovviamente. Un reo-confesso, dunque, che ha scioccato l’aula. Tanto che il presidente Muscato ha ordinato l’immediata traduzione in aula di Rotelli, prelevata dalla polizia di Stato a Mantova e portata a Varese pere essere immediatamente sentita.

E Rotelli ha confermato ogni parola. «Fui avvicinata da un ragazzo sul metro e 70, occhi e capelli scuri, di Varese, lo conoscevo poco, forse lo chiamavano Lelio, ma ignoro il cognome – ha detto la teste – che mi disse di aver accoltellato Lidia Macchi». Un giovane che segue e avvicina le giovani universitarie, ne aggancia una, forse dopo aver visto il libro dedicato a Lidia in una libreria dell’Università Statale di Milano (dove Lidia frequentava giurisprudenza, ndr) e confessa l’omicidio della giovane. Un omicidio che tanto aveva scosso la comunità studentesca, in particolare quella gravitante nell’orbita di Comunione e Liberazione, movimento di cui Lidia faceva parte.

Perché Rotelli non denunciò all’epoca? Perché non lo disse alle forze dell’ordine che stavano indagando sull’omicidio? «Ne parlai con altri – ha detto Rotelli – Mi dissero di lasciare perdere. Che probabilmente erano le parole di una persona un po’ particolare». Non ne parlarono agli inquirenti neanche 30 anni dopo, però, Bonari e Rotelli. Del fatto parlarono in una telefonata intercettata l’8 marzo 2016, meno di due mesi dopo l’arresto di Binda.

Bonari, a domanda, ha sottolineato che «telefonate ed e-mail erano intercettate», come a dire: chi indagava lo sapeva. Rotelli ha anche dichiarato di essere stata chiamata telefonicamente da un «assistente donna della dottoressa Manfredda”, (il pg che ha seguito le indagini, ndr) che non si sarebbe poi più fatta sentire. E di aver inviato un’e-mail all’avvocato Paolo Tosoni, già ascoltato nel corso del processo, in cui raccontava l’accaduto. E-mail di cui, però, al momento non ci sarebbe traccia.


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