Roma, 3 mar. (TMNews) – Solo un blocco totale delle esportazioni libiche e la destabilizzazione di un altro paese produttore, ad esempio l’Algeria, creerebbero un deficit nell’offerta di petrolio: lo dice alla Misna Steffen Hertog, esperto di Medio Oriente della London School of Economics, mentre il prezzo del barile vola oltre i 115 dollari.
“L’Arabia Saudita ha già aumentato la produzione giornaliera di 700.000 barili e potrebbe arrivare fino a due o tre milioni” calcola Hertog. Le rivolte che hanno rovesciato i governi in Tunisia ed Egitto e che ora assediano Muammar Gheddafi stanno alimentando rialzi continui. Secondo le stime diffuse ieri sera dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), i combattimenti in Libia hanno ridotto la produzione giornaliera da un milione e 550.000 a circa 850.000 barili. Il nervosismo dei mercati, avverte però l’esperto della London School of Economics, si spiega soprattutto con lo spettro di un effetto domino che raggiunga l’Algeria e minacci l’Arabia Saudita, il primo produttore mondiale di petrolio.
Nelle città del Regno la “giornata della collera” è convocata per l’11 marzo. La settimana scorsa re Abdullah ha aumentato gli stipendi pubblici e promesso investimenti sociali per 110 miliardi di rial, quasi 22 miliardi di euro, accreditando in qualche misura l’idea che il governo non si senta così al sicuro. “A Riad – sostiene Hertog – non dimenticano il voltafaccia degli Stati Uniti nei confronti
di Hosni Mubarak, alleato finché la piazza lo ha permesso, poi nemico del popolo e delle libertà”. Più che nell’appoggio americano, i governanti sauditi sembrano sperare nelle difficoltà organizzative dell’opposizione. “C’è malcontento per la corruzione e la mancanza di lavoro – dice l’esperto della London School of Economics – ma manca un’agenda ‘rivoluzionaria’ e non esiste una rete di mobilitazione paragonabile a quella tunisina o egiziana”.
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