Busto, il testo del Te Deum

IO MI FIDO DI TE, SIGNORE

 

1. Carissimi sorelle e fratelli, anche al termine di questo anno civile la Chiesa si raccoglie per cantare il Te Deum. Saluto il Signor Sindaco, le Autorità civili e militari, i Rappresentanti delle Associazioni che condividono con noi questo momento. Saluto cordialmente anche Monsignor Prevosto Emerito, i nostri Preti e in particolare don Gabriele Milani che per la prima volta celebra il Natale con noi. Saluto le Suore, i membri del Consiglio Pastorale e degli Affari Economici, e tutti i collaboratori. Un saluto fraterno anche ai Parroci e ai Preti delle altre Parrocchie della Città con cui abbiamo condiviso alcuni passi di questa omelia.

 

2. Con questo canto ringraziamo il Signore dei benefici da Lui ricevuti nell’anno trascorso. Ci può venire il dubbio che non sia realistico ringraziare Dio mentre tanti soffrono e noi stessi viviamo tra mille tensioni; temiamo che sia come mettersi la benda davanti agli occhi. Ma lodare Dio è la prima forma di realismo! Spesso noi consideriamo ovvii i doni del Signore e non ce ne stupiamo: il fatto di essere vivi, di essere uniti, di poterci ancora incontrare e stare insieme, di avere conservato finora la fede, di avere perseverato nei nostri compiti, di non aver smarrito la speranza nonostante tante prove: tutto questo è dono Suo. Non bravura nostra, non tendenza naturale. Maria, nel Magnificat, canta il suo Te Deum con una lode che pervade l’universo. Ma, in fondo, che cosa ha visto Maria? Ha visto per qualche minuto un angelo e non sappiamo neppure bene come l’abbia visto; ha udito una buona parola da Elisabetta, e basta. Per lodare Dio non serve molto. Anche i pastori di cui racconta il Vangelo non hanno visto molto: dopo l’invito dell’Angelo e della moltitudine dell’esercito celeste che diceva “gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”, si sono incoraggiati a vicenda, sono andati senza indugio, hanno trovato Maria, Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia. Dopo averlo visto, raccontarono quanto era stato loro detto e tornarono lodando Dio. Che cosa hanno visto? Un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia. Il massimo della cura, nel massimo del disagio. E vedendo il massimo della cura nel massimo del disagio hanno compreso quel segno della rivelazione di Dio che l’Angelo indicò loro. Per lodare Dio non serve molto. Serve, però, avere lo stile di Maria che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Ecco il vero realismo! Ha scritto recentemente il Papa: “… realista è chi riconosce nella Parola di Dio il fondamento di tutto. Di ciò abbiamo particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui molte cose su cui si fa affidamento per costruire la vita, su cui si è tentati di riporre la propria speranza, rivelano il loro carattere effimero. L’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo.”

 

3. Quando si loda il Signore è più facile anche la confessione della nostra fragilità e dei nostri peccati e sorprendentemente ci sentiamo da Lui incoraggiati e rilanciati nella vita.

Di quale rilancio ha bisogno oggi la nostra vita? L’anno scorso concludevo l’omelia domandandomi perché sulla facciata della Basilica ci fossero le statue della Fede e della Carità e non quella della Speranza. Devo dire che, sul versante storico artistico, non sono ancora riuscito a trovare una risposta. Ho pensato, però, che la generazione dei nostri nonni e bisnonni viveva di speranza: avere una casa, un lavoro o un’impresa per dare lavoro e far studiare i figli. La figura di Enrico Dell’Acqua, di cui la Città ha solennemente celebrato il centenario della scomparsa, ha rappresentato un chiaro esempio di “visionario”, di un uomo, cioè, che ha la proiezione di uno scenario futuro sostenuto dalla speranza. Altri uomini di impresa e non solo, più vicini a noi nel tempo, sono stati testimoni di speranza. Alla domanda oggi rispondo così: forse all’epoca non c’era bisogno di fare una statua per ricordarsi che la speranza è una virtù.

 

4. Oggi, invece, sembra mancare proprio la speranza.

L’ultimo “Rapporto” del Censis descrive l’Italia come un Paese appiattito e sfiduciato, “senza più legge né desiderio”. Si constata l’emergere di una inquietante e diffusa sregolatezza pubblica che è alla base (o conseguenza?) di comportamenti individuali improntati all’egoismo autoreferenziale e narcisistico. L’incapacità di agire insieme per uno scopo comune, il deprezzamento del bene pubblico sembrano trovare conferma nei ricorrenti episodi di corruzione e di favoritismi, in episodi di violenza, anche familiare, nella guerriglia urbana e nel “bullismo” dei ragazzi. Si vive nel presente perché si è spenta la memoria storica e si è affievolita la speranza di futuro; invece di chiedersi “cosa fare?” si parla d’altro.

 

5. Questa sembra essere l’Italia. E Busto Arsizio?

Non credo proprio che in questo quadro si possa dire che siamo “eccellenti”, grazie a Dio! Però non dobbiamo dormire sonni tranquilli, coccolandoci nel nostro glorioso passato. In questo periodo mi tormenta un pensiero, legato alle innumerevoli celebrazioni, anche ecclesiastiche, di anniversari a cui partecipo. Non è che continuando a occuparci del passato, delle radici, dimentichiamo di cercare insieme delle idee per il futuro? Oppure le idee le deleghiamo: ma a chi? A chi sta lavorando solo per interessi propri più o meno leciti? Certamente c’è una responsabilità che riguarda la politica: essa presuppone una memoria storica perché nel passato ci sono le radici del presente, ma necessita anche di un progetto, cioè un insieme di idee per il futuro e una visione generale della società.

La responsabilità, però, riguarda in primo luogo i cittadini, a cominciare da chi ha intelligenza, cultura e mezzi. Riguarda certamente anche la comunità cristiana, e si comprende la scelta, che vedrà impegnata la Chiesa italiana per i prossimi dieci anni, di dedicarsi al tema dell’educazione. La comunità cristiana vuole dare il suo contributo perché – scrivono i Vescovi italiani – “la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori, è possibile promuovere lo sviluppo integrale della persona, educare all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie” (Educare alla vita buona del Vangelo, n.50).

 

6. Il Rapporto Censis conclude affermando che la nostra società italiana potrà uscire da questo stato di sofferenza soltanto se i cittadini “torneranno a desiderare”. Ma desiderare che cosa? C’è qualcosa per cui operare, tutti insieme, ciascuno secondo le proprie possibilità e responsabilità? Non mi ritengo capace di rispondere da solo. Potremmo pensarci insieme.

Per parte mia questo “qualcosa da desiderare” penso che sia la ricerca di uno stile di vita nuovo che ci porti a dire: non solo «io ho bisogno di te», ma «io mi fido di te». E’ importante, perciò, uscire dai nostri “appartamenti” e accorgersi che tutti abbiamo dei bisogni e che qualcuno è davvero povero (ma forse in questo Busto è all’avanguardia). E’ importante operare insieme come un’orchestra sinfonica (in questo Busto, e anche i suoi preti, dobbiamo riconoscerlo, fa un po’ fatica); l’Arcivescovo ricordava a noi preti che dovremmo fare meno, per fare meglio e farlo insieme: ci stiamo riuscendo? E’ importante, infine, operare non semplicemente dando cose ma incontrando persone, dedicando loro anche il nostro tempo, per stabilire dei liberi legami. Quanti drammi, anche recenti, ci hanno sconvolto; ma forse tardi ci si è accorti che mancava, prima che il rispetto della legge, una paziente relazione umana. L’esperienza di chi incontra regolarmente i “clochard” è chiarissima: la fiducia di avere un amico è il valore che rende umano e accettato un aiuto. Ma il desiderio di poterci fidare non è forse presente in ciascuno di noi, giovane, adulto, studente e insegnante, operaio e imprenditore, malato e medico, cliente e funzionario, fedele e prete, elettore e politico?

 

7. Nel contesto di fiducia da creare si inseriscono certamente anche le prossime elezioni amministrative. Non spetta alla Chiesa fare sintesi e indicare le scelte. I Parroci mi hanno segnalato la necessità di particolare attenzione alle periferie, sia per i problemi economici di persone e famiglie, sia per la mancanza di servizi, per la necessità di case e per la sicurezza dei giovani: alcuni  sono protagonisti di atti vandalici, ma anche vittime dello spaccio di droga. Lo scorso anno l’Arcivescovo raccomandava agli amministratori locali una grande attenzione non solo nel selezionare il personale politico cercando qualità di intelligenza, capacità e onestà, ma anche e soprattutto nell’operare per la formazione e la preparazione, specialmente delle giovani leve. Con questa attenzione la politica e il servizio all’amministrazione torneranno a essere un valore per cui vale la pena spendersi in quanto servizio competente, luogo di rigore morale e di impegno serio per il bene comune, non occasione di tornaconti personali, né ambito in cui muoversi con arroganza e prepotenza o da cui stare alla larga. Vorremmo già ora ringraziare tutti coloro che si impegneranno con questo stile.

 

8. “Noi Ti lodiamo, Signore, perché di Te ci fidiamo”: questo è il nocciolo della prima parte del Te Deum. “Salvaci dallo smarrimento, Signore, liberaci dal peccato e tieni sveglia la nostra vigilanza”: questo, invece, è il nocciolo della seconda parte. Da queste confessioni di lode fiduciosa e aiuto ad essere vigilanti, vogliamo ripartire anche quest’anno.

Non si può vivere senza fidarsi di qualcuno. In quasi tutte le circostanze della vita si è costretti a fidarci: ci si fida dell’aria che respiriamo come del pane che mangiamo; ci si fida delle informazioni elementari che riceviamo e anche delle memorie che ci vengono consegnate. Chi in qualche modo non si fida non vive. Così, di fiducia in fiducia, si arriva ad impegnarsi in affidamenti sempre più importanti, molto significativi nei legami e nei distacchi della vita. Di fiducia in fiducia si giunge ad abitare un contesto di linguaggi corporei e di intelligenza, di affetti, di volontà e di relazioni attraverso cui abitiamo questo mondo e attraversiamo il nostro tempo. Di fiducia in fiducia ci consegniamo a quelle fiducie decisive che determinano il nostro destino. Dalle fiducie minuscole si giunge, nella spontaneità e nella ricerca, nella ragionevolezza e nel turbamento, alla Fiducia maiuscola: la Fede nel Dio affidabile e promettente che Gesù rivela. Non è forse stato così per Maria ed anche per i pastori?

Quanti segni di fiducia quest’anno abbiamo incontrato e per i quali diamo lode al Signore? Ricordiamoli nella nostra preghiera di stasera e portiamoli all’offertorio insieme con il pane e il vino. Anch’essi diventeranno eucaristia. Qualche segno lo ricordo ad alta voce.

 

9. In questi giorni noi preti della città abbiamo ripensato con gratitudine alla fiducia di tante famiglie che hanno affidato i loro figli per la catechesi, la celebrazione dei Sacramenti e, soprattutto in estate, per l’Oratorio feriale. Il Papa non ha nascosto la grande prova subìta dalla Chiesa proprio nell’anno dedicato al sacerdozio; essa è stata vissuta come occasione di purificazione e rinnovamento interiore. Ma i segni di dedizione di tanti giovani preti e dei loro collaboratori hanno custodito una fiducia che ancora permane nelle nostre comunità e ci incoraggiano a continuare a educare alla fede con umiltà e responsabilità.

 

10. Un secondo segno di fiducia per la nostra Comunità cristiana cittadina è stata la stesura della “Carta di Comunione per la Missione”, firmata alla fine della Processione del Corpus Domini e consegnata al Vescovo insieme con la Regola di Vita dei Preti. Abbiamo indicato le scelte che la nostra Chiesa deve affrontare nei prossimi mesi in uno spirito di reale ed intensa comunione e con un forte slancio missionario. Circa cinquecento persone hanno lavorato insieme per diversi mesi. Questo dato è apparso il più bello e promettente! Però, come qualcuno ci ha detto con arguzia e saggezza: attenzione che la Carta di Comunione non diventi una “comunione di carta”! Dobbiamo sempre vigilare e accettare umilmente le fatiche che ancora facciamo e facciamo fare agli altri.

 

11. Un terzo segno di fiducia è stata l’Unione tra i giovani di San Giovanni, San Michele e Sacro Cuore che stanno dando vita con creatività e coraggio “bustocco” al “Centro di Pastorale Giovanile”. Così raccontano due di loro: Attualmente siamo sempre più numerosi in questo progetto che la Diocesi ha scelto come uno dei progetti pilota. Ci stiamo lasciando scoprire dalla nostra città e dai giovani che la abitano, con la delicatezza che un passaggio come questo merita, senza fretta, ma con la speranza che il Centro sia sempre più riconosciuto come risposta ai desideri che molti giovani hanno nel cuore”. Indubbiamente i giovani soffrono sulla loro pelle le grandi questioni di senso, talvolta senza averne piena coscienza; il senso della vita, la durata dell’amore, la gestione del corpo, l’impegno dello studio, la capacità educativa della famiglia, la costruzione del futuro, il valore e la qualità della libertà, e perfino la questione di Dio. Molti giovani sono lontani dalla Chiesa anche se hanno bisogno di Dio e di vere relazioni che conducano a Lui. Su queste cose c’è molto lavoro da fare, ci vogliono veri educatori e giovani convinti. Noi presbiteri li incoraggiamo, ma chiediamo loro di sentirsi protagonisti responsabili. La comunità cristiana deve vigilare per essere, o diventare, cristiana davvero. Non deve difendere se stessa e il suo passato ma avere lo slancio per aggredire il futuro.

 

12 Un quarto segno di fiducia è stato il Fondo Famiglia Lavoro, promosso dall’Arcivescovo per accompagnare le famiglie che più soffrono per la crisi, prima finanziaria, poi economica e occupazionale. Risulta che nella nostra Provincia anche il 2010 si chiude nell’incertezza e nella consapevolezza di una crisi economica e produttiva ancora molto pesante. Se, da una parte, sembra ridursi il ricorso alla cassa Integrazione e intravedersi una leggera ripresa, dall’altra, le preoccupazioni restano, in particolare per la sorte di moltissime persone che hanno perso il lavoro o che stanno vivendo, attualmente, il rischio di perderlo. La mancanza di interventi significativi, relativamente al prolungamento degli ammortizzatori sociali, e di scelte tese a sostenere la crescita e lo sviluppo, rischia di tradursi, oltre che in un’ulteriore perdita di posti di lavoro, anche in un taglio consistente dello Stato sociale, con riflessi pesanti soprattutto per  le fasce deboli della popolazione: i disoccupati, gli anziani, gli sfrattati e gli stranieri. Questi ultimi doppiamente in difficoltà, perché, perdendo il posto di lavoro, dopo molti anni di presenza sul territorio, si vedono costretti alla clandestinità.

Guardiamo anche con fiducia al coordinamento che i Servizi Sociali promuovono con Associazioni e Istituzioni, espressioni della società civile e delle parrocchie, per valutare i problemi abitativi delle famiglie. Il Fondo Famiglia Lavoro nella nostra Città ha aiutato circa 55 famiglie con un contributo diocesano di circa 140.000 €, mentre dalla nostra Città sono state inviate in diocesi offerte pari a circa 16.000 €. Altre offerte, pari a circa 18.000 €, sono state raccolte da parrocchie e associazioni per sostenere una decina di famiglie, seguite dalla Caritas Decanale, che non rientravano nei criteri del Fondo. L’Arcivescovo ha voluto rilancia il Fondo per sostenere chi ancora vive in difficoltà, ma anche e soprattutto come occasione di ragionare se gli stili di vita che abbiamo non debbano cambiare. Solo chi è sobrio, cioè libero dall’ingombro di se stesso, essenziale nell’uso delle cose e del proprio tempo, può vivere la solidarietà, creare in se stesso lo spazio per accogliere gli altri, per ascoltare le loro domande, per accorgersi dei loro bisogni, per far crescere legami nuovi.

 

13. Iniziamo il 2011 guardando a due appuntamenti che possono aiutarci a tenere insieme tutte queste prospettive. Il 14 Febbraio celebreremo in San Giovanni l’Eucaristia con un Vescovo e con tutti i Parroci della Città, per ricordare il XX anniversario della morte di don Isidoro: prete, educatore, profeta di carità. Ci aiuti a trovare coraggio e fiducia nel custodire il bene comune e la dignità di ogni persona. Il 17 Aprile sarà a Busto l’Arcivescovo Dionigi Tettamanzi. Ha scelto la nostra Città per radunare gli adolescenti della Diocesi che qui converranno per incontrare tante nostre realtà. Sia per noi di incoraggiamento a proseguire nell’impegno educativo alleandoci tra adulti in modo più convinto e fiducioso.

 

Mi permetto farvi un augurio che mi è stato suggerito: possiate tutti stupirvi di quanto bene ci vuole il Signore, Lui che continua a fidarsi di noi, di me, nonostante le fragilità e le cadute! Da qui nasce la vera pace.

 

Buon Anno a tutti!

 

 

m.lualdi

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