Busto perde la sua storia Ma si può ancora cambiare

BUSTO ARSIZIO Dopo l’intervento dell’architetto Giovanni Ferrario, che ha aperto il dibattito, pubblichiamo quello dell’architetto Andrea Pellegatta.

La complessità della vigente normativa nazionale-regionale-comunale nel contesto urbanistico italiano, si spiega non solo attraverso la memoria storica, non solo nella rapida evoluzione delle tematiche urbanistiche avvenute nell’ultimo cinquantennio ma anche e soprattutto nella corrispondenza e nell’interrelazione tra la norma urbanistica stessa e lo sviluppo culturale e sociale della nazione, della regione, della città.
    Inizialmente si è provveduto ponendo limiti all’edificabilità dei suoli, favorendo un disegno progettuale del territorio con criteri più propri ai concetti del risiedere e del produrre;
Successivamente si è affermata la valenza pubblica dell’atto edificatorio;
Il piano urbanistico è stato interpretato come componente essenziale allo sviluppo della comunità;
Abbiamo infine affermato il diritto di ogni abitante all’uso  di spazio pubblico;
    Oggi interpretiamo il territorio come risorsa limitata;
Riteniamo inoltre essenziale la collaborazione tra il pubblico e il privato per poter operare nella complessità della vita moderna;
Proponiamo il recupero edilizio come alternativa alla espansione urbana;
    La chiave di lettura di questa evoluzione in materia di legislazione urbanistica sta nella programmazione globale degli interventi sul territorio con una maggiore visione unitaria del territorio stesso quale somma di tutte le pratiche sociali e politiche: riconquistare il giusto ruolo di pianificazione e programmazione liberi da enfatizzazioni demagogiche o da interpretazioni riduttive a norma puramente formale.
    L’inurbamento, l’antropizzazione del territorio e l’evoluzione delle città verso forme di tipo metropolitano inducono ad una visione di piani sovracomunali e di tipo territoriale attuabili attraverso la distinzione dei ruoli istituizionali e di competenze tra regione e provincia.

La storia.

    La città di Busto Arsizio non ha un centro storico organico (dal punto di vista architettonico e tipologico) e immediatamente riconoscibile come luogo di incontro e di identificazione della città.
I pochi edifici monumentali significativi sono ormai collegati da un tessuto connettivo estremamente logoro e tenue. La stessa matrice del borgo antico viene progressivamente erosa e lo stesso centro storico rischia il destino di saldarsi con i quartieri più esterni in un continuum amorfo.
La città di Busto Arsizio si presenta oggi come divisa in due parti, cresciute in modo difforme negli  spazi e nell’immagine. Due città contigue, tra loro divise da un setto nord/sud passante all’incirca per Piazza Santa Maria (asse di via Montebello).
Il settore est della città rinnovato ed ampliato, pur nel disordine, ha acquistato una spaziosità di percorsi, una misura di città, seppur con tutti i limiti e le insufficienze dei quartieri che si sono formati nell’ultimo cinquantennio.
Il settore ovest  si è come arrestato alla misura di borgo, ma avendo perso del borgo la vivacità, la stessa presenza e il significato, si è svuotato ed è intervenuto uno stato di decadenza e di rigetto della stessa funzione del centro cittadino.
Un ristagno che si è ripercosso su tutta l’area ad ovest che, anche dove si è rinnovata nell’edilizia, ha ricalcato le trame anguste del borgo senza proporre una nuova misura della città.
I primi riferimenti del centro storico sono i monumenti di Santa Maria e di San Giovanni. Altre presenze per valore storico sono San Michele, San Gregorio e San Rocco di grado diverso dalle prime ma di uguale interesse e testimonianza storica. Si tratta quindi di presenze diseguali per valore, distribuite in modo da non dare corpo ad ambiti urbani consistenti ed organici ma che costituiscono comunque la storia della città; storia che oggi sembra voler essere negata.
    Riconoscibili sono anche le aperture e le lacerazioni recenti avvenute nel tessuto urbano, già profondamente alterato. Infatti della antica tessitura delle corti restano solo degli scampoli di cortili che custodiscono un silenzio irreale anche se è possibile ritrovare il solco delle vecchie strade e la rete dei vicoli che restituiscono del borgo il senso e la memoria.
E’ grazie alla logica della settorializzazione avvenuta con la delimitazione del PRG del ’75 dove, escludendo il settore ovest in quanto “… si presenta urbanisticamente consolidato e non suscettibile di rielaborazione…”(relazione tecnica della variante al piano del ’75), la città si presenta sconnessa e disomogenea senza più nessuna valenza qualificante per la sua immagine.
    La zona centrale della città risulta densamente urbanizzata; in essa le aree libere sono pressocchè inesistenti e le attrezzature di servizio e le attività commerciali vi sono concentrate in maggior misura che altrove. Lo sviluppo del terziario, a partire dagli anni sessanta, ha avuto un ruolo determinante nella configurazione attuale del centro storico cittadino. Tale configurazione presenta un’edilizia caratterizzata da “moderni” palazzi la cui tipologia è costituita da edifici pluripiano e polifunzionali in cui al piano terreno sono collocate le attività commerciali ed è considerevole la quota di unità immobiliari destinate ad uffici.

Le proposte

    Si propone quindi il decongestionamento del centro storico dagli uffici e dal terziario, nell’immediata fascia limitrofa al centro ove esistono diverse aree ancora a tutt’oggi inutilizzate e di consistenti superfici. Quindi la possibilità dell’uso di spazi soprattutto a parcheggio dove attualmente si cercano nel pentagono storico cittadino con chiari sprechi di energie e risorse nel vano tentativo di appropriarsi di luoghi attualmente inesistenti se non recuperabili mediante esproprio da parte dell’Amministrazione Comunale, ed in ogni caso se esistenti, di limitata superficie.
Ipotizzando:
a)    un concetto di trasferimento della rendita fondiaria al fine di recuperare immobili degradati e aree attualmente dismesse;
b)    la deroga di alcuni articoli delle norme tecniche di attuazione oggi  fortemente penalizzanti a svantaggio dell’operatore privato e che generano quello stallo di sviluppo edilizio nei punti strategici della città. Quindi una raccolta delle norme edilizio/urbanistiche in pochi testi chiave, di chiara lettura e di univoca interpretazione, aperti soprattutto alla comprensione del cittadino e quindi sottratti ai sofismi di certi organi di controllo.
Confidiamo inoltre che il futuro sviluppo urbanistico di Busto Arsizio avrà come logica di continuità il principale sfogo sull’asse delle ferrovie delle nord in direzione Malpensa e saranno pertanto attentamente esaminati gli attuali Piani d’area a tutt’oggi “progetti fantasma”.

    Si propone un progetto di piano viabilistico di trasposti pubblici e di inibizione al traffico veicolare privato al centro storico cittadino finalizzato al raggiungimento di un’equilibrata funzione del trasporto pubblico nel territorio della città di Busto Arsizio, che permetta una gestione meno onerosa ed allo stesso tempo fornisca un servizio efficiente ed economico  agli utenti nel rispetto di una migliore qualità della vita soprattutto nel centro storico. Riduzione dell’inquinamento acustico ed atmosferico, libera fruizione degli spazi recuperati all’assedio del traffico privato, velocità ed economicità degli spostamenti all’interno ed all’esterno del pentagono storico, accessibilità veloce alle autorimesse di proprietà delle relative abitazioni (si rimanda al capitolo ambiente ed ecologia della città). Questo progetto prevede inoltre, come logica conseguenza, i collegamenti con i comuni limitrofi a livello di “metropolitana leggera di superficie” a completamento del discorso urbanistico comprensoriale della conurbazione dell’alto milanese.
    Confronto con il nuovo piano del traffico e con le esigenze delle grandi iniziative che sul territorio proprio o limitrofo stanno nascendo: i collegamenti con gli assi viari (vedi tangenziale ovest) e sui quali convogliare la viabilità di attraversamento, ivi compresi quelli in direzione est/ovest, devono avere priorità realizzativa.
    Per il traffico di penetrazione o meglio per le infrastrutture viabilistiche primarie, i triti problemi del potenziamento e della realizzazione del trasporto pubblico nonchè la formazione di adeguati parcheggi previa la diffusione nella popolazione del concetto dell’uso del costoso mezzo di trasporto, anche se fermo sul suolo pubblico. Prima ancora, e di assoluta priorità, la razionalizzazione del movimento veicolare sulla viabilità esistente, con l’individuazione di limitati percorsi incondizionatamente liberi agli automezzi pesanti o medio pesanti.

   

    La conurbazione alto milanese (Busto Arsizio, Legnano, e i comuni che ne gravitano attorno ) è una delle “tre città” – indipendenti ed interdipendenti ad un tempo – della metropoli milanese. Le altre sono la Brianza Milanese e Milano stessa.
Riteniamo quindi che per il futuro programma di piano territoriale/comprensoriale dell’alto milanese occorra portare a termine l’assetto urbanistico qui di seguito espresso per potersi “porre sul mercato” con un concetto di marketing urbano cogliendo l’occasione dell’attuale stallo urbanistico delle città direttamente concorrenti: Gallarate con la  ss. 336, Castellanza con il passante delle Nord.
La conurbazione alto milanese vede oggi confermato il suo ruolo dalla presenza dell’aeroporto della Malpensa quale “porta della metropoli”. Il sistema per l’accoglienza del  turismo d’affari  nell’area metropolitana milanese è,  ad   oggi,   sottodimensionato   e   troppo   concentrato   in    Milano,     occorre quindi:  
    -incrementare i posti letto della fascia medio alta (rivolta al turismo d’affari);
    -decentrare le nuove collocazioni in zone metropolitane ben servite dal sistema infrastrutturale
    Nella realtà dell’alto milanese, dove la crescita della popolazione è stabilizzata su valori intorno allo zero, si percepisce una netta diminuzione delle grandi industrie, un incremento a livello artigianale e una sostanziale crescita del terziario produttivo.
Per cui l’incremento delle aree produttive, troverebbe una giusta collocazione, come logica soluzione di continuità, sull’asse autostradale di Gallarate – Busto – Legnano, quindi Milano e Varese, in diretta tangenza con le FF.S., la dogana, la superstrada per l’aeroporto della Malpensa a vantaggio del traffico pesante su gomma: riduzione allora della congestionata viabilità di penetrazione nel centro cittadino.    Allo stesso modo si pianificherebbero gli insediamenti industriali, già esistenti, nei comuni di Gallarate, Cassano ed Olgiate Olona in un’ottica comprensoriale. Il territorio inteso quindi come l’effetto complessivo delle pratiche sociali, economiche, spaziali, di collegamento  di servizi e di trasporti.

L’ambiente e l’ecologia della città.

    Lo smaltimento dei rifiuti, la falda acquifera, l’ inquinamento atmosferico, sono le componenti essenziali e determinanti della salute fisica e psichico/mentale del cittadino. Quando eufemisticamente chiamiamo “ecologia della città” la sintesi delle informazioni dell’ecologia vegetale e animale e le applichiamo ai problemi delle città ci scontriamo con la cruda realtà del determinismo economico che regna indisturbato. Come uomini chiamati ad essere politici, amministratori, tecnici, architetti, paesaggisti e urbanisti, la nostra competenza sta nel manipolare l’ambiente fisico, ma siamo pur sempre sensibili all’idea che i processi sociali sono importanti per la pratica della progettazione e della pianificazione. Il commercio, la politica, la legge e il governo sono principalmente simbiotici, mentre l’architettura, l’architettura del paesaggio, l’ingegneria e l’edilizia sono processi adattativi impegnati nell’adattamento degli organismi e dell’ambiente. Ma l’adattamento fisiologico è lento, manipolare l’ambiente è più facile e veloce. I processi sociali forniscono gli strumenti per l’analisi e la trasformazione. Abbiamo però bisogno di criteri operativi migliori e mirati al vero problema della qualità della vita senza lasciarci intimorire, in talune occasioni, dai ricatti di quel determinismo di provincia che caratterizza la mediocre/cultura nell’affermazione di tutte le pratiche sociali. Se la salute e la patologia sono gli indicatori sintetici, utilizziamoli.

    La città è la seconda natura dell’uomo, è l’artificiale divenuto naturale. La patologia del rapporto architettura – natura, città e campagna non è sradicabile dall’uomo perchè fa parte della sua seconda indole: la natura.
    La crescita della città non ha al suo interno una autonoma capacità di regolazione e freno: sulla spinta di immigrazioni, crescita, migrazioni interne essa indefinitamente si sfilaccia ai bordi che poi ricuce prontamente chiudendo i vuoti, ricomincia a slabbrarsi e si rifà compatta, in un processo ora vistoso, ora minuto ma continuo. Oggi la città non trova ispirazione nel territorio. Eppure la chiave è ancora la stessa: inventare e imporre un rapporto tra città costruita e territorio tra spazi edificati e spazi inedificati.
    La risposta riteniamo che sia una alleanza del verde con la città costruita, che a ogni superficie coperta del costruito deve corrispondere una uguale superficie di verde di equivalente importanza: Come parchi attrezzati, vivai, luoghi filtro di prati e alberi che sono il necessario compenso (per pavimenti e muri) per l’uomo che ha perso il suo rapporto quotidiano con il territorio naturale.
E’ quindi naturale che il cittadino avanzi con sempre più insistenza la richiesta del verde, tanto che la dimensione del verde è diventata una dei criteri di valutazione dell’accettabilità di un progetto urbanistico e soprattutto dell’efficienza di una amministrazione cittadina.
Dovremmo impegnarci a una  politica di parchi naturali prendendo come spunto quanto esiste ed è sempre esistito in tutti i paesi europei. Noi, il verde di quartiere o quanto eufemisticamente chiamiamo “parchi” urbani, lo recintiamo e apponiamo cartelli del genere: “…non calpestare le aiuole..” vietiamo quanto di più naturale e necessario è il rapporto tra l’uomo e l’ecosistema e che costituisce un bene insostituibile.
    La proposta è di dotare la città di una infrastruttura che sia da ponte tra l’uomo, la natura e gli animali a beneficio della collettività. Un parco-giardino aperto a tutti i cittadini in qualsiasi ora del giorno e che potrà essere utilizzato per tutte le manifestazioni collettive che il luogo e le infrastrutture permettono (nella loro conformazione).

    Nuovo assetto gestionale della struttura amministrativa edilizia. La vera carta vincente del domani, da porsi su basi totalmente nuove. Fine del monopolio dei burocrati sulla scelta di politica amministrativa e responsabile coinvolgimento degli stessi nella tempestiva realizzazione delle scelte di principio e di esclusiva competenza dell’Amministrazione. In particolare il recupero di efficienza e di snellezza procedurale, anche nella riduzione dell’eccessiva frantumazione di competenze. L’eccesso di ruolo e di funzionari addetti ha portato l’amministrazione bustese ad occupare i primi posti nella durata dello svolgimento dei provvedimenti edilizio urbanistici.

    Nella realtà dell’altomilanese, dove la crescita della popolazione è stabilizzata sui valori intorno allo zero, in questi ultimi decenni abbiamo assisitito ad una netta diminuzione delle grandi industrie, un incremento a livello artigianale e del terziario produttivo. Purtroppo anche queste ultime realtà e soprattutto la piccola imprenditoria artigianale del settore edile, e conseguentemente il suo indotto, in questi ultimi anni denunciano gravi difficoltà soprattutto legate alla pressione fiscale; occorre quindi agevolare questi settori artigianali a vantaggio di quella edilizia abitativa di cui le giovani coppie hanno bisogno. Ne consegue un nuovo assetto gestionale della struttura edilizio amministrativa la vera carta vincente del domani da porsi su basi totalmente nuove.
Riflessioni

    Il nuovo fa sempre fatica ad emergere ed a legittimarsi e ciò avviene per ragioni interne ed esterne: perché costituzionalmente è esplorativo, è percorso da dubbi, spinto da curiosità ed è soprattutto ignaro della propria meta; perché richiede ordinamenti dei problemi diversi dagli abituali, costringe a classificare diversamente i fatti e le persone, a giudicarli nuovamente. Ma nel nuovo possono essere colti alcuni punti fermi sui quali vale la pena di lavorare: con fatica, curiosità intellettuale e tolleranza reciproca. Se si osservano i più recenti piani urbanistici, relativi a estese e riconoscibili parti di città e di territorio, si può cogliere una marcata scissione, una presa di distanza reciproca, tra due campi di osservazione, riflessione e progetto che negli anni passati ci si era abituati a considerare tra loro fortemente, univocamente e spesso deterministicamente legati: quello dell’assetto fisico, morfologico e tipologico della città e del territorio costruito e quello dell’assetto “funzionale”.
    La critica alle versioni più riduttive del funzionalismo è antica, ma il divorzio tra forma e funzione appare oggi alquanto imbarazzante. Esso finisce col dislocare in modo inusitato termini tradizionali: analisi e progetto, luogo e contesto, architettura e urbanistica. L’analisi, quella che soprattutto molti chiamano analisi economico-sociale, non fornisce più il quadro cognitivo entro il quale si costruisce un progetto; il contesto non offre più riferimenti entro i quali il luogo possa essere interpretato, punti trigonometrici dai quali ciascun luogo possa essere traguardato e misurato nella sua specificità; l’urbanistica non costruisce più le condizioni che l’architettura verifica e specifica attuativamente. Al contrario il progetto svolge un ineliminabile ruolo cognitivo, rivela i caratteri del luogo conferendo senso all’intero contesto; l’architettura costruisce situazioni non previste dai principali teoremi dell’architettura.
    Guardiamo la città, guardiamo il territorio e ci proponiamo di “modificarli”; non di “costruirli”, neppure di “trasformarli”.     Alla città esistente non contrapponiamo una città , urbs e civitas, “altra” nella quale si rappresentino le nostre istanze e acquisizioni: le nuove tecnologie, i modi di vita, le nuove strutture della vita associata. Tutto ciò si è dimostrato incapace di muovere immagini che si traducano in forme architettoniche, urbane, del territorio. Né contrapponiamo alla città esistente una diversa “ragione” che organizzi diversamente rispetto al passato la produzione e il consumo di merci, servizi e informazioni o una “diversa” morale che istituisca le forme dello scambio, dell’autorità e del potere.
    Neppure la città esistente è campo da sgomberare da detriti, da materiali storicamente inerti, del quale trasformare la natura e conferire nuovi ruoli entro una strategia destinata a cambiare la struttura dei rapporti tra individui, i gruppi sociali e l’intera società. Non è campo da conquistare palmo a palmo al pubblico, al collettivo, al generale sgomberandolo da ogni residuo di privato e da ogni elemento individuale e particolare.    
    La città ci appare un insieme di luoghi cui conferire un “senso” imprescindibile comunque da quello storico riconoscibile e legittimo. Non rimaniamo ancora una volta indifferenti verso una tradizione consolidata giustificando un prevalere del “segno dei tempi” sul “senso dei luoghi”. Anzi questa occasione (unica e irripetibile) per la nostra città dovrà essere il momento della capacità di sintesi del “bisogno” collettivo, e non dell’ambiguità della “trasformazione” per riprogettare il ruolo dell’urbanistica nella società.
Qualità edilizia e qualità architettonica regolamentata dalle normative in materia.
    Agli inizi degli anni ’60 – un  periodo di apprezzabili dibattiti – si cominciò a generalizzare l’uso del termine edilizia con tutti i suoi derivati. Era, per molti aspetti, la conseguenza logica di tanti eventi che gradatamente avevano confermato la sconfitta del generoso tentativo di conciliare l’attività architettonica post-bellica con l’industrializzazione del paese all’insegna di una messianica socialità: era la deludente conclusione di un colloquio tra sordi cui avevano partecipato progettisti e produttori, politici e amministratori. Infatti la “ricostruzione” italiana aveva risanato sì, sotto l’imperio dell’economia e dell’urgenza, la gran parte delle ferite lasciate dalla guerra nel campo degli alloggi, degli edifici pubblici, delle infrastrutture, ma si era valsa di “piani” caratterizzati dall’inesperienza pianificatoria e dalla disordinata coopresenza di leggi, regolamenti, circolari varie, mancando qualsiasi seria preparazione per ottenere un felice esito dall’incontro fra i protagonisti sopra ricordati.
    Ed è da questi “piani” che è nata la regolamentazione nell’ edilizia troppo spesso generalizzata  e troppo poco a misura della città in cui si vive. In questo contesto certe teorizzazioni del Movimento Moderno avevano svolto in Italia un ruolo che difettava già di adeguati presupposti culturali o addirittura contrastava coll’esigenza di un recupero integrale dello spirito della città. Si finì dunque per concepire l’essenzialità dell’edilizia più che quella dell’architettura, col sostegno del pragmatismo di politici e amministratori cui faceva compiaciuta eco l’attesa speculativa di tanti improvvisati imprenditori e cui, volente o nolente, si adeguava ormai l’esercito degli architetti e degli ingegneri.
    Industrializzare, prefabbricare, serizzare, tipizzare, erano i nuovi comandamenti per un popolo che credeva nell’eternità del boom, ubbidiva agli slogan di una invadente pseudo-cultura, si affannava per l’avvento del consumismo. Insomma, dall’emergente tecnicismo che aveva nello strutturismo il suo iceberg, l’architettura e l’urbanistica di gestione del territorio venivano considerate teoria e prassi ormai decadute, materia per esteti e scialacquatori.  Incominciamo una buona volta a parlare di qualità dell’architettura e dell’urbanistica: i risultati del passato sono arcinoti e li viviamo a tutt’oggi abitando (avulsi) interventi edilizi ignari della nostra tradizione storico-culturale. Ecco la necessità di ricuperare sul piano semiologico la distinzione basilare fra i tre termini edilizia , architettura e urbanistica  non tanto per un rigore linguistico quanto per l’opportunità di qualificare la produzione entro un contesto storico e culturale solo e unicamente della nostra città senza il quale la nostra città perisce e si mortifica il vivere dell’uomo in essa quand’anche ci sia la casa per tutti e – realtà da dimostrare – si ottengano vantaggi economici da tecniche cosiddette “avanzate”.
    Questa rivisitazione e integrazione del regolamento edilizio sia il punto di partenza per una futura, mirata e attenta valutazione del nostro patrimonio qualitativo senza continuare ad assistere ad un generale decadimento della qualità degli interventi rispetto al passato convenendo che l’espressione “architettura e urbanistica” designi un insieme di attività volte a perseguire determinati fini sociali, economici, estetici con una base metodologica unitaria.
E ancora: l’evidente stato di degrado di tanti edifici ed aree dismesse, l’evidente scarsa qualità architettonica di alcuni edifici (abbiamo anche noi i nostri nuovi “fuenti”)  dimostrano l’inefficacia di una inesistente visione del nostro futuro urbano e la troppa tolleranza ad approvare solo una serie di anonimi numeri di metri cubi, di superfici lorde, di metri quadrati.
     
Andrea Pellegatta
architetto

m.lualdi

© riproduzione riservata