Pallavolo, Pinto lancia gli stati generali «Rifondare tutto o qui finisce male»

di Samuele Giardina

BUSTO ARSIZIO Urla tra sordi. Danni d’immagine epocali. Faide intestine. Disaffezione, confusione, impoverimento. Benvenuti nello sport della pallavolo femminile. A patto che sia ancora uno sport.

Francesco Pinto, da cosa cominciamo?
Dal trattamento che devono subire gli appassionati, disorientati da istituzioni incapaci di darsi delle regole e farle rispettare. Oltre che di formulare leggi al di sopra del dubbio d’interpretazione, che è la cosa peggiore. Incertezza, il caso Forlì, il problema Novara, calendari non pensati per lo spettacolo e la valorizzazione degli eventi come le finali di Coppa o i playoff, la dignità non riconosciuta ai club dalle federazioni, l’impossibilità di programmare dal punto di vista della comunicazione, lo svilimento della competizione e dei contenuti, la giustizia sportiva saltata a piè pari per chiedere sentenze all’ordinaria. E potrei continuare: sinceramente, anche gli occhi di un investitore appassionato come me sono occhi preoccupati.

Il rammarico maggiore?
Abbiamo potenzialità enormi e un numero di tesserati immenso, a livello femminile siamo lo sport più praticato: ma niente, gocce nella bufera.

Ricerca finanziatori: siamo prossimi al rischio recessione?
Lo stiamo vivendo, il campionato per la prima volta non ha neppure un marchio. Se penso che l’anno scorso stavamo per finire su una televisione da lì a poco fallita… brividi.

Un’analisi logica sull’iperattività delle nazionali.
Quale logica? Negli sport evoluti esistono calendari equamente divisi, dove per portare in giro 12 giocatrici in tornei di dubbia utilità, per giunta fotocopia l’uno dell’altro, non costringono altre 150 a lavorare male. Qui, se non sei azzurrabile, sei figlia di un Dio minore.

Esiste una via per cadere almeno in piedi?
Sì, la rifondazione dei vertici attraverso la convocazione degli stati generali della pallavolo: cambiare Lega e Federazione non per andare contro il passato, ma verso il futuro. A chi serve un prodotto che non produce? Avanti così, chiunque non potrà che ridimensionare il proprio impegno. Il rischio è concreto per chi non sa innovare: nel nostro mondo della Futura abbiamo dettato una via, precisa e vincente.

Il punto di vista di voi grandi sponsor? Mettete i soldi veri.
Se bisogna per forza aprire una porta a Forlì, non la si chiuda a Piacenza, una società virtuosa che ha affrontato spese importanti per l’A1. E si trovi una soluzione degna al caso Novara: meglio un’A1 a 13 decidendolo subito, che a 11 tirando avanti chissà quanto per tribunali. Massima solidarietà all’Asystel, che è stata lasciata sola dalla Lega nel momento in cui un consorzio dovrebbe fare fronte comune. Non entro nel merito della lettura giuridica del caso specifico, ma devo notare come determinati comportamenti, da permessi, siano diventati vietati di punto in bianco. Poi, a chi giovano i vincoli proprio sulle giovani? Loro rappresentano il domani, la possibilità di risparmiare, di fare spettacolo usando l’ingegno nella ricerca.

Chiusura libera.
È il tempo dell’ordine e della disciplina, soprattutto della coesione e del sapersi parlare. La situazione è seria, ma potrebbe anche peggiorare.

s.affolti

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