Varese, tribuna dedicata ad Arcari Amarcord e pronostici dei suoi pupilli

Varese, tribuna dedicata ad Arcari Amarcord e pronostici dei suoi pupilli

VARESE Il tempo non gocciola via. Neppure quando le brume autunnali ne favoriscono lo svaporare. Il tempo a volte ama sedimentarsi. Non fugge e non è irrecuperabile, come poetava Virgilio. Ed è rivelatore delle cose e degli uomini, come versificava il suo compagno di squadra (squadra del latinorum di qualità) Ovidio. Il tempo calcistico indugia, si ferma, ricorda. Ieri a Masnago, stadio Franco Ossola, ne ha dato la riprova: eccolo lì, il tempo d’una volta, raccolto intorno alla targa in memoria di Bruno Arcari, posta sotto a quella che evoca Giovanni Borghi. «Abbiamo ricostituito la grande coppia» dice soddisfatto il sindaco Fontana all’ingresso della tribuna centrale. Bella coppia davvero. Applausi, emozione, malinconia.

Ci sono tanti biancorossi old style (anche very old: Cicci Ossola e De Conti, per esempio). Tanta epopea del Varese. Tanto allegro “spleen”. Guido Borghi, che fu il presidente dell’Arcari allenatorissimo d’un irripetibile Varese da serie A, onora il tecnico e l’uomo: «Competente e dal generoso tratto umano». Onora la società: «Eravamo dieci anni avanti a tutti, nessuno aveva il preparatore atletico e il dietologo. Noi avevamo Messina e Lodispoto». Due esordienti di successo.

Guido è sempre Guido: affabile, divertito, identitario («Il Varese sta qui, dentro il mio cuore»). In più, runner di convinta autostima: «Sono arrivato a correre 53 minuti di fila, mica male, che ne dite?». Carmignani e Anastasi, Dolci e Andena, Maroso e Morini, lì attorno, convengono che sì, insomma, per un ex presidente di larga fama non è niente male. Risate. Perché si ride
anche, oltre che gigionarsi nella nostalgia.

Fontana celebra l’indimenticato 5-0 alla Juve: «Doppio godimento per un tifoso del Varese e anti-tifoso della Juve». Vera Portatadino, nipote di Arcari, rivela che fu una vittoria imbarazzante: «Il nonno aveva promesso alle figlie un cagnolino per ogni eventuale gol: la cinquina lo inguaiò». E Anastasi confessa che chi non aveva visto la goleada sul campo, non ci credeva. «Tornando al ritiro di Cassinetta, il pullman si fermò a un semaforo. Un gruppetto di persone ci riconobbe, chiedendoci com’era finita. Alla risposta, ci mandò a quel paese: va bene esser presi in giro, ma a quella maniera no».

Carmignani, infuenzato, era rimasto in camera. Arcari si premurò d’andarlo a trovare subito dopo il rientro. «Stette con me due ore, raccontandomi ogni dettaglio della partita. Era un uomo così: disponibile, attento, generoso». Così generoso da scrivere frequenti letterine ai giocatori, ai collaboratori, al presidente per spiegare situazioni, dare suggerimenti, confrontare idee.

Gede rivede Masnago dopo un bel po’, e lo stesso è per Ricky Sogliano: tre anni di lontananza, ma in quest’occasione non poteva mancare. Ricky resiste all’usura delle anche e dei ginocchi – guai a parlargli d’intervento chirurgico – come in campo resisteva a ogni attaccante che provava a fregarlo. Non resiste invece a un pronostico sul campionato biancorosso: «La squadra è buona, l’allenatore conosce la parte: il traguardo sono i playoff. Traguardo raggiungibile. E se non raggiunto, verrà certamente sfiorato».

L’ora corre rapida ed è già il momento di spumantino, pizzette e tartine nel bar sotto la tribuna. Qualche iniziale ritrosia si scioglie, la rievocazione scalda i motori, gli amarcord s’infilano uno dietro all’altro. Ascolta anche Maran, che ha appena concluso l’allenamento di rifinitura in vista del Brescia. E fa tesoro degli umori storici d’un club orgoglioso delle sue medaglie, prendendo cognizione diretta dell’eredità d’affetti che gli è stata consegnata. Cin cin al Varese che fu, cin cin al Varese che sarà.

Max Lodi

s.affolti

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