VARESE Al giudice per le indagini preliminari Stefania Pepe hanno raccontato la loro verità. Una verità molto diversa da quella che ha spinto il sostituto procuratore Sabrina Ditaranto a chiedere, e a ottenere, la loro custodia cautelare in carcere.Erik Salvatore Di Caro, 19 anni; Alex Varricchione, 20 anni; e Francesco Pianta, 18 anni, sono accusati, a vario titolo, di aver sequestrato e massacrato di botte due fratelli più o meno coetanei perché “colpevoli” di non aver onorato un debito di droga: 200 euro per circa 45 grammi di hashish.«I miei assistiti si sono dichiarati estranei ai fatti – fa sapere Omar Salmoiraghi che, in qualità di avvocato d’ufficio tutela Di Caro e Varricchione – al giudice hanno spiegato che non c’entrano nulla. Soprattutto con la faccenda del pestaggio». Secondo quanto dichiarato dalle vittime agli inquirenti, lo scorso 18 maggio sarebbero stati condotti in una cantina di proprietà di Di Caro; sarebbero stati immobilizzati, legati ai polsi con del filo elettrico, e quindi appesi a un gancio infisso su una parete. A quel punto, Di Caro e Pianta (insieme ad altri soggetti, probabilmente minorenni) avrebbero infierito a pugni sui corpi inermi, provocando a uno dei due ragazzi persino lo spappolamento della milza. Varricchione, invece, non avrebbe materialmente preso parte al pestaggio: infatti gli viene contestato “solo” il concorso morale. «Varricchione in quella cantina nemmeno c’era – conferma Salmoiraghi – e ci sono molti elementi del racconto delle due parti offese che non tornano. La storia del gancio, ad esempio: quello al massimo può reggere il peso di una pancetta, non certo quello di un ragazzo».
Anche Pianta ha dato la sua versione al giudice. «Francesco ha risposto a tutte le domande che gli sono state poste e ha negato la partecipazione agli episodi che gli vengono contestati – dice l’avvocato Corrado Viazzo – è stato molto preciso e puntuale: ha spiegato quali sono i suoi rapporti con le persone offese e ha chiarito sul perché queste possano averlo coinvolto in questa vicenda».Pianta ha escluso in maniera categorica di aver partecipato al massacro. «In quella cantina Francesco non c’era – aggiunge Viazzo – lui era in casa sua. Non sapeva quel che stava succedendo più sotto». Pianta abita in via Tarvisio al numero civico 2. Di Caro vive nella stessa strada, ma al civico 4.Pianta ha confermato di conoscere bene i due fratelli. Fratelli che, fra l’altro, sono personaggi ben noti alle forze dell’ordine: oltre ad avere gravi problemi di tossicodipendenza, hanno avuto guai con la giustizia per furto e altri reati contro il patrimonio. E proprio questi precedenti tutt’altro che lusinghieri potrebbero essere utilizzati dalle difese per mettere in dubbio la veridicità del loro sanguinoso racconto.«Pianta quando ha potuto aiutarli lo ha sempre fatto – afferma l’avvocato Viazzo – a volte dando anche loro dei soldi. Una volta ha regalato venti euro, un’altra volta cinque euro. Sì, qualche tensione c’era stata. Ma anche di questo Francesco ha dato pienamente conto al giudice».Per ora, però, Pianta, Varricchione e Di Caro restano in carcere. Il giudice Pepe dovrà decidere se disporre per loro un diverso regime di custodia cautelare (ad esempio, i domiciliari), oppure addirittura se liberarli in attesa del processo.
Sul giornale “La Provincia di Varese” in edicola oggi, martedì 9 agosto, lo sfogo del padre di uno dei ragazzi
s.bartolini
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