Pesoli: «In serie A vivo un sogno Ma a Varese sarebbe stato speciale»

Pesoli: «In serie A vivo un sogno Ma a Varese sarebbe stato speciale»

VARESE «Posso approfittarne?». Certo. «Allora, un saluto a tutta la gente del Varese». Emanuele Pesoli, due giorni dopo il suo esordio in serie A con la maglia del Siena, si ricorda bene da dove è arrivato. Infatti, ricapitoliamo: tre annate più che buone al Cittadella, stagione magica l’anno scorso a Masnago, passaggio in Toscana in estate alla corte di mister Sannino, giovedì sera battesimo in serie A in casa della Roma a 31 anni. La Gazzetta, in sede di pagella, ha scritto che Borriello gli ha procurato il mal di testa. Cominciamo da lì.

Pesoli, la testa sta meglio?
Mi son fatto una risata. Non è per fare il presuntuoso, ma Borriello ha giocato proprio in un’altra zona e non ci siamo quasi mai incontrati.

L’anno scorso, su Facebook, c’era già un gruppo che la voleva in A. I social network ci prendono?
Mi ha portato bene. È stata un’idea di un mio amico e ha raggruppato altri mille simpatizzanti. Hanno fatto il tifo per me e li ringrazio.

Esordio in A a trent’anni suonati: si sente in ritardo o un privilegiato?
Trentuno, per la precisione. Io sono obiettivo verso quello che faccio e dico che ci sarà un motivo se la A è arrivata così tardi. Da ragazzo ero già a Vicenza in B, ma non ebbi la costanza di rimanerci. Sono dovuto ridiscendere in C1 e risalire dal basso. Poi c’è stato un incontro che mi ha cambiato la vita.

Proviamo a immaginare: mister Sannino?
Proprio lui. Ho passato tre anni ottimi al Cittadella, ma è stato Sannino che mi ha fatto raggiungere quella maturità che mi ha poi aperto la strada verso il grande calcio.

A proposito: sensazioni all’Olimpico?
Un sogno, o qualcosa del genere. Vi elenco un po’ di cose: giovedì sera, in posticipo, tutti gli occhi addosso; io poi sono laziale e mi sono trovato lì, a due passi, gente come De Rossi e Totti, e siamo pure riusciti a pareggiare. In quei dieci secondi in cui eravamo tutti nel tunnel in attesa di entrare mi è passata tutta la carriera davanti. Per rendere l’idea della serata: immaginate una cosa bella e moltiplicatela per dieci.

Ma lì, appena prima di entrare, il calcio è uguale a ogni livello?
In quegli istanti no: all’improvviso ti accorgi che entri nel calcio vero. Poi, però, il rettangolo verde è quello, pure nei dilettanti. Certo, sbagli una palla e prendi gol. Prima di entrare avevo quasi paura, ma penso di aver retto bene.

Prima parlava di Sannino: ma è come era a Varese?
In campo sì. Io lo conoscevo già, ma ho visto sulle facce dei miei compagni un po’ di incredulità: voi conoscete i suoi modi, se ti deve mandare, ti manda. Poi però anche loro hanno capito che è tutto fumo e niente arrosto e la squadra lo segue bene. Se parliamo del Sannino fuori dal campo, invece, è chiaro che il feeling col gruppo e con la piazza di Varese era unico. Questione di tempo: comunque in serie A l’approccio è più del tipo «arrivo al campo, faccio allenamento e torno a casa».

Quando ha capito per davvero che era in serie A?
Al primo allenamento, quando ha preso palla D’Agostino: aveva un centimetro per far passare il pallone e smarcare un compagno e l’ha fatto.

Conta di giocare anche col Lecce?
Non lo so. Sannino con la Roma ha provato una specie di turnover, non so che cos’abbia in mente per la prossima. Di certo, dopo Roma, gli ho fatto capire che sono utile alla causa.

Quindi, il bello della serie A non la fa più pensare al giugno scorso e alla promozione sfumata col Varese…
No, no, ci penso sempre. Vivere la serie A a Siena è fantastico, ma riuscire a farlo a Varese sarebbe stato diverso. Qui ho dovuto ricominciare, a Masnago c’era un ambiente che mi stimava e cui volevo bene. Non ho dubbi: la A a Varese sarebbe stata speciale.

s.affolti

© riproduzione riservata

Aggiungi La Provincia di Varese tra le fonti preferite su Google